giu
2
2014

Ascensione è riscoperta della paternità di Dio

       La solennità dell’Ascensione che celebriamo quest’oggi ci rimanda alla paternità di Dio. Nel Vangelo secondo Matteo (28, 20) ascoltiamo Gesù che dice “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ma come, ascende al cielo e resta con noi? Come a rimanere colui che sta partendo?
       Nel nostro dialetto siciliano assumiamo una formula simile quando usciamo di casa, siamo soliti dire “sto venendo”. Di fatto stiamo andando, eppure c’è la promessa del ritorno.    Nell’espressione evangelica c’è un di più: il Gesù che parte è colui che rimane!
         La domenica dell’Ascensione porta a riscoprire la verità della vita cristiana: è comunione piena con Dio. Quando parliamo di comunione esprimiamo una relazione che permane, viva ed intensa, tra due o più. Qualcosa di simile accade nel sentimento di una madre che tiene sempre presenti i suoi figli anche se essi sono altrove.
         Con l’Ascensione Gesù fa spazio all’umanità, esula così da ogni rapporto di dipendenza. Sembrerebbe dirci: ti faccio spazio affinché tu sia figlio così come io sono Figlio. Significa percepirsi figli dello stesso Padre, significa essere responsabilizzati rispetto al proprio ruolo nella Chiesa e nella missione a favore dell’umanità intera.
               La figliolanza cristiana è una relazione adulta, non è un appoggio dipendente del tipo: “dimmi cosa devo fare e cosa devo essere”, ma adulto che cioè parte da uno scoprirsi amati per la propria esistenza, desiderati con la dignità di figli di Dio. È la dignità che ci permette di condividere “un posto”, cioè l’eternità, la comunione nella dimora propria di Dio.
               La fede diventa, secondo questa prospettiva, scelta, accoglienza di un invito, sequela perché ci si mette in cammino. La consegna della propria vita è decisione adulta, è sentire che dinanzi al bivio potremmo scegliere di appropriarci della nostra esistenza, della storia e dell’agire quotidiano.
           La relazione con Dio non parte da un “fare” ma da uno scoprirsi in relazione: l’ “essere” figli appunto.
             Si comprende, pertanto, l’invito che oggi viene dagli Atti degli Apostoli (1, 11) a non guardare in cielo ma a riconoscere la presenza di Dio qui in terra. Altrimenti la fede sarebbe evasione, idealizzazione, nostalgia per ciò che non è.
             Questo invito è la chiamata a fare la propria parte qui in terra, ove la Chiesa è chiamata ad essere lievito e luce per il mondo. Tante luci sembrerebbero essere più eloquenti, apparentemente questo è vero. Ma la logica di comunione diventa destabilizzazione per la logica di questo mondo, là dove la luce del momento richiederebbe competizione per avere successo o appropriazione per avere potere, la luce cristiana disorienta raccontando il bene che nasce dalle cose semplici della vita, dalla quotidianità spesa nel nascondimento ma riconoscendo ciò che dal mondo è scartato, ritenuto di poco valore.
              In questo senso la solennità dell’Ascensione ci rende tutti un po’ più poveri, liberi dalle lotte di questo mondo, dalla ricerca di “primi posti” e questo perché si scopre la bellezza dell’unico tesoro per il quale vale la pena combattere e spendere la propria vita: la relazione con Dio e con il prossimo.

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