mar
21
2016

Conserva chi dona

      Ad aprire la settimana santa è un passo del Vangelo di Giovanni davvero eloquente: Maria che unge i piedi di Gesù e, poi, li asciuga con i suoi capelli. Ci chiediamo il perché di questo gesto ed il senso di trovarlo a principio della settimana che si concluderà con la Pasqua.

Si tratta di un episodio raccontato, seppure in modo diverso, da tutti i Vangeli, in particolare solo Luca anziché collocarlo a Betania lo sposta in Galilea. Ci racconta (Lc 7, 36ss.), infatti, di una donna, peccatrice, che in casa di Simone il fariseo si china dinanzi a Gesù lavando i suoi piedi con le lacrime e asciugandoli con i suoi capelli: “venne con un vasetto di olio profumato; fermatasi dietro a lui, si rannicchiò ai suoi piedi e cominciò a bagnarli di lacrime; poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato”. Mentre Simone era rimasto spettatore di quella scena, poiché aveva accolto solo formalmente Cristo, lei invece si era donata in pienezza fidandosi di Lui e non tenendo conto dei pregiudizi.

         È un racconto in cui si narra dell’amore di una donna per Dio ed è così che cogliamo il movimento di Maria verso il Maestro ed amico.

          Sappiamo che il nardo è un profumo assai prezioso, si ricava dalle radici di fiori che dimorano in vetta alle montagne, fiori raccolti per donare la loro essenza, cioè la loro linfa vitale. Sebbene Giuda ne faccia una questione economica, quel profumo non è “calcolabile”, sarebbe come dare un prezzo all’amore. Non puoi pagare l’amore, la relazione vera fondata sul volere bene deve essere assolutamente spontanea e gratuita. Non è il criterio della “convenienza” ma quello della “necessità” a reggere l’amore.

          Unge i piedi di Gesù, come a consacrare il suo cammino, la Via che Lui sta aprendo. Lei riconosce la preziosità del Maestro e quanto Lui stia amando l’umanità malgrado i continui rifiuti e le persecuzioni. Lei avverte tutto il rischio che corre l’Amico ed è lì come a sostenerlo, come a fare la sua parte per dirgli che non è solo. Dopo Maria, la madre di Gesù, lei è l’unica a fare un dono al Maestro, in genere tutti andavano da Lui per chiedergli ed avere.

         Tale gesto prefigura anche la lavanda che il Maestro farà ai suoi discepoli, Lui li laverà compiendo il suo dono d’amore. Ora il profumo colma tutta la casa, quello che è si spande riempiendo, come ad indicare che identità e missione coincidono (nella lingua italiana, infatti, con il termine “profumo” intendiamo sia l’unguento che il suo odore).

         Giuda si oppone, avrebbe voluto vendere e dare ai poveri l’equivalente del profumo. Sembra esserci una strategia messianica in questa proposta, e cioè quella di accattivarsi la benevolenza del popolo per arrivare a conquistare Gerusalemme, cioè ribellarsi ai romani. Al di là delle spiegazioni, Giuda non accetta il messianismo di Gesù, il suo andare a Gerusalemme da povero che ama, da Dio che serve.

         Gesù inviterà a lasciarla fare: “Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. È un’affermazione che a primo acchito potrebbe parere enigmatica, come può “conservare” chi “sciupa” donando tutto? 

         Lei sta conservando nel senso ebraico di “ascoltare”, serba colui che accoglie dentro di sé. Non si tratta delle voracità dell’uomo che brama appropriazione ma dell’ascolto dell’uomo che si consegna a Dio facendosi servo e cioè dell’uomo che ama e si lascia amare. Maria con il profumo sta donando pienamente il suo amore a Gesù, è lì a lavarlo perché vuole custodirlo ma questo non equivale a impedirne la missione, non lo trattiene, anzi, prefigura quel che avverrà a compimento della vita di Gesù: il dono totale di sé fino alla morte.

          Alla vita di ciascuno appartiene una missione e per viverla pienamente è necessario essere generosi, non lasciarsi “comprare” dall’offerente di turno. Perde la sua missione di vita chi si fa corrompere per avere facili guadagni, l’uomo disonesto cioè chi non vive il suo lavoro come servizio ma ne fa uno strumento di potere e di prevaricazione sull’altro. Quanta responsabilità c’è negli uomini di chiesa, negli insegnanti, negli educatori o nei politici, in ogni persona chiamata a vivere la sua quotidianità donando tutto di se stessa.

 

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