apr
26
2015

Custodi e non padroni

       In questa IV domenica di Pasqua il Vangelo di Giovanni (10, 11-18) recupera il volto del Pastore per dare ulteriormente significato all’esperienza pasquale. Il Cristo è morto e risorto per donare la vita, quella vera, all’umanità che si rivolge a Lui, per custodirla e condurla ai pascoli erbosi dell’eternità.

       Gesù continua la sua rivelazione e  quella del Padre dicendo: “Io sono il Pastore buono e bello”. Il nome di Dio che conosceva bene la tradizione d’Israele e cioè “Io sono”, ora viene declinato con la caratteristica della bontà e della bellezza del pastore. In quel “Io sono”, rivelato per la prima volta a Mosè, Dio si era manifestato come il presente, letteralmente traducibile con “Io sono qui colui che sono qui”. È il Dio della storia, il Dio che si fa compagno di cammino e, proprio lungo la strada, rivela la sua identità quale “luce, pane di vita, sorgente d’acqua che zampilla, via verità e vita, il Risorto”.

      Ora l’immagine del Pastore viene a rivelare l’identità e la vicinanza di Dio, un pastore che si distingue dai mercenari che prendono con sé solo per interesse economico. Nella relazione con Dio Pastore non è di paga che si tratta, il mercenario è pagato e pertanto al momento del pericolo abbandona le pecore per mettersi in salvo, la vita umana è equiparata, in quel caso, alla merce di scambio.

     Torna in mente la drammatica vicenda dei nostri giorni in cui gli scafisti non esitano ad abbandonare l’imbarcazione dove hanno sigillato nella stiva centinaia e centinaia di persone votandole alla morte o a gettarle in mare quando scoprono di avere innanzi dei cristiani. La tragedia che sta affliggendo il nostro mare Mediterraneo continua a scuotere la nostra identità di esseri umani che non possiamo tollerare una così grave ingiustizia. Dietro le stesse parole di un’Europa che appare così sorda e miope dovrebbe stare una comune base morale in cui la vita di ogni essere umano è riconosciuta di pari dignità.

      Sono mercenari anche quanti affliggono la nostra società con le loro macchinazioni criminali. Si pensi agli imprenditori senza scrupolo che risparmiano sui costi del materiale per erigere una casa o un ponte stradale, quanti corrotti che rilasciano licenze di edificabilità in posti ad alto rischio di frana, quanti, ancora, con la giustificazione di avere bisogno di soldi iniziano a trafficare droga facendosi portatori di morte per le nuove generazioni. Proprio tre giorni fa un ventiduenne del palermitano che stava riflettendo sulla opportunità di entrare in Comunità per disintossicarsi ha perso la vita per un’overdose, forse una porzione tagliata male per avere maggiori introiti. Questi sono i mercenari del nostro tempo, gli uomini che vendono il fratello senza scrupolo, dimenticando che ciascuno ha la responsabilità di custodire l’altro.

Nella lingua ebraica il termine “Pastore” equivale al termine “Custode”, c’è una responsabilità nel guidare una persona: la sua custodia! Mentre il mercenario cerca il suo interesse, il pastore cerca il Bene dell’altro, la sua crescita e pienezza di vita. Quando una guida spirituale, un catechista, un confessore, si appropria della vita altrui cercando di sottomettere l’altro alla propria persona, allora viene meno il suo mandato e si trasforma in un mercenario.

        Mi rendo conto che il mercato dei consumi e le logiche economiche del nostro tempo cercano sempre più di indebolire l’autonomia, la capacità di desiderio e di senso di vita della nostra gente. È così che aumentano le dipendenze e il bisogno di appoggio per reggersi. Troviamo, di conseguenza, giovani parcheggiati nelle università come quella fosse la meta del proprio percorso di crescita, coppie che finiscono con il convivere senza essersi mai messe in gioco in una scelta di vita, o genitori in tilt se i loro figli non rispondono costantemente alla chiamata al cellulare. Nuove forme di dipendenza affettiva, da shopping, da gioco d’azzardo, da internet, da alcol, da cibo, depressioni cronicizzate, tutti fenomeni che denunciano l’avere consegnato la propria vita al mercenario di turno.

         In realtà l’essere umano abbisogna di qualcuno che lo ami veramente e che si metta in gioco per davvero, è questa la risposta che dà il bel pastore. Lui conosce le sue pecore, nel senso che conosce il profondo desiderio di amore ed è pertanto che non tratta i suoi per il loro peccato ma con sentimenti di misericordia guardandoli come figli. Quando la vita spirituale diventa un continuo colpevolizzarsi, un impedirsi il respiro per non sbagliare, allora è bene chiedersi se forse non ci si sta consegnando ad un dio mercenario che non è certo il Dio rivelato da Gesù Cristo! 

Lui stesso aveva detto ai suoi: “voi siete miei amici”. L’amico è colui che conosce i segreti e li custodisce nel proprio cuore, è colui che sa ascoltare e suggerire,  ha interesse per l’altro. Cristo rivela i segreti del Padre e apre il gregge alla comunione piena, la creatura esce, così, dalla schiavitù propria del peccato e dal pensarsi “altra” da Dio. È talmente cara a Lui che dona la sua vita per proteggere le sue pecore.

       È questa l’icona specifica della fede cristiana, il bel Pastore che mostra il suo volto sulla Croce ove si addossa il carico di menzogna/peccato dell’umanità. Non fugge lasciando dispersi i suoi, ma affronta per loro la morte, combatte per difendere la loro vita. Su quella Croce ove si concretizza la missione di Gesù, e cioè amare sino alla fine per non perdere nessuno, conosciamo anche il volto del Padre che dona il suo Figlio per il nostro bene. Gesù si consegna al Padre, fiducioso di potere “ricevere” (e non di “riprendere” come traduce la nuova versione italiana della Bibbia) nuovamente da Lui la vita offerta per la salvezza di tutti. Questo particolare di fiducia filiale ci mostra quanto grande è stato il dono del Pastore, l’amore non è un calcolo matematico ma un gesto di fiducia e di abbandono.

       Gesù, ancora, si identifica con la Porta per la quale passare, ci accoglie nel recinto e, al contempo, ci permette di uscire passando sempre per Lui.  Non è vero che la chiusura nel recinto è la salvezza, molte forme di fondamentalismo costruite sull’assioma “siamo i migliori”, si sono rivelate gravi eresie contro l’uomo e contro Dio.

Il mercenario, d'altronde, tiene le pecore nel recinto per sfruttarle, per prenderne la linfa (tosarle, mungerle e, al tempo opportuno, macellarle), il suo è vile interesse. Il bel Pastore manifesta la sua bellezza conoscendo le sue pecore e cioè guardando con misericordia le loro vite, conoscendo con lo sguardo del Padre da cui è inviato. Gesù, bel Pastore, conosce i bisogni dell’uomo, la voce di ciascuno, e si fa conoscere avvicinandosi. Nella etimologia ebraica la parola “porta” corrisponde alla parola “scudo”, e san Paolo nella lettera agli Efesini (6, 16) dirà di tenere sempre in mano lo scudo della fede per potere spegnere gli attacchi del male. La porta che ci custodisce è la fede in Cristo che, come lo scudo, permette di difenderci dalle parole di menzogna che vorrebbero aggredire la nostra vita e, al contempo, ci permette di aprirci alla Parola di Verità che nutre il nostro cammino.

         Questa flessibilità è la postura del cristiano che si sperimenta in cammino, il recinto è aperto e mai sigillato. La vita è ricerca permanente, il Pastore precede le sue pecore e vi sta innanzi lungo la strada, non è possibile fermarsi. Chi continua a costruire recinti permanenti, nicchie felici, cerca di appagarsi, di trovare sazietà in questo mondo ed è da questo atteggiamento che scaturisce la logica di appropriazione propria del mercenario. Il cristiano sa bene come la sua postura di vita è quella di essere straniero in questo mondo, la patria definitiva è un’altra. 

 

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