ago
31
2014

E se mi fidassi?

        Oggi il Vangelo (Mt 16,21ss) ci riporta ad un importante dialogo tra Gesù e Pietro. Non sappiamo precisamente il perché della reazione di Pietro alle rivelazioni di Gesù e cioè al fatto che avrebbe sofferto fino ad essere ucciso per poi risorgere. Affermazioni forti, Gesù era il Maestro e non solo un amico per Pietro. Eppure il discepolo non chiede spiegazioni, piuttosto chiama in disparte Gesù per rimproverarlo!
      Poco prima Pietro aveva detto bene, aveva riconosciuto l’identità di Gesù quale Messia cioè liberatore mandato da Dio, e Gesù gli aveva rimandato il suo apprezzamento e il riconoscimento che fosse in ascolto della Parola del Padre. Pietro aveva ascoltato Dio ed aveva risposto con chiarezza d’animo, ora però qualcosa di differente accade. Pietro ha un atteggiamento ribelle, non è certo possibile che Dio permetta queste cose e cioè la sofferenza fino alla morte. Ancora Pietro ha un fare consolatorio del tipo: Dio eviterà questi problemi, non preoccuparti. Rappresenta l’uomo che si è appropriato del dono ricevuto: la Parola di Dio. E, sappiamo, ogni volta che la Parola non scaturisce dall’ascolto muore, cioè perde il suo essere Via, Verità e Vita.
       Non è più in ascolto Pietro, è in preda alle sue convinzioni e, forse, alle emozioni di paura, tristezza. Quella rivelazione appena pronunciata dal Maestro è da rifuggire anzi da rimproverare. L’uomo che ha paura sovente finisce con l’ergersi al di sopra delle cose, assurgere un ruolo di verità, crede di essere il criterio di discernimento di sé e degli altri. È così che nasce il delirio di onnipotenza di molti che gestiscono lobby di potere come le logge massoniche o il sistema mafioso, uomini accomunati dall’interesse economico e dalla brama di potere che, alla base, rivelano una grande fragilità d’animo di fronte alla incontrollabilità della vita.
      Pietro vuole calcolare sulle sue forze la direzione del loro cammino e, pertanto, la sofferenza non può essere contemplata, ancor meno il morire perdonando anziché manifestare la forza della armi. Ricordiamo che l’apostolo Pietro al momento dell’arresto di Gesù sarà disposto ad affrontare un’intera guarnigione con la spada, ma si nasconderà dopo che Gesù gli avrà intimato di deporre l’arma.
      Ora Gesù gli dà un rimando chiaro: va’ dietro a me satana. L’ascolto è l’atteggiamento del discepolo e cioè di chi segue il Maestro, il parlare fondandosi sulle proprie ragioni ed argomentazioni è proprio di chi sta di fronte a se stesso e non ha Dio innanzi.  Il cristiano è tale perché si fida di un Altro, in cammino cercando la Luce. Questa è la forza che ci permette di andare avanti nonostante tutto, malgrado le proprie ed altrui fragilità. Pietro imparerà ad essere discepolo quando smetterà di vergognarsi di Cristo e del suo modo di affrontare la vita. Si pensi al dialogo con la giovane portinaia, al momento dell’interrogatorio a Gesù, quando lei gli chiede: “ Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo” e Pietro risponde: “Non lo sono”.
      Riconoscersi discepoli equivale ad accogliere uno stile nuovo di vita, dove le “armi” non servono a nutrire il proprio orgoglio o a difendere un’immagine ideale, bensì sono strumentali alla promozione dell’altro e al dono gratuito.
      Gesù invita Pietro a prendere la sua croce, Dio non carica di croci, non invita a morire e a soffrire, piuttosto mostra come attraversare la vicenda della propria vita. Gesù fa una proposta di esistenza autentica, invita a smetterla di trascorrere i giorni affidandosi al caso, alla fortuna di turno, alle piccole soddisfazioni o ai guadagni del momento. Cristo propone di mettersi in cammino lasciando perdere le piccole ricompense per cercare il vero tesoro, ciò che arricchisce l’anima e dà gioia profonda, gioia del cuore.
      C’è una felicità che non ha prezzo, un gusto di vita che non può essere comprato. È la gioia della resurrezione, sapere che la meta è il cielo, equivale ad affrontare la vita con un fare nuovo, una forza che non trova ostacoli nelle difficoltà del momento. Significa attraversare la sofferenza con il desiderio ed il gusto di ciò che è Bello e dà senso alla nostra vita.
       Differente è l’esperienza dell’uomo che cerca di controllare l’esistenza, di imprigionarla dentro i propri schemi fino a crearsi una vera e propria campana di vetro. In questi casi la persona diventa ipersensibile e la sofferenza viene percepita come devastante. Mi accorgo come molti continuino a giocare il ruolo di vittima nel corso dei loro anni, alcuni per tutta intera una vita. Vive da vittima chi ha sempre da recriminare, chi si vede in competizione con gli altri e misura la propria gioia in base all’avere, più o meno, rispetto ai modelli del momento. È vittima chi si piange addosso rifiutando di ascoltare possibili soluzioni, chi batte sempre la stessa via procurandosi sempre lo stesso male e non si accorge che la vita offre sempre un’altra possibilità.
       Pietro un giorno si permetterà di concludere l’ascolto di quella frase: “per poi risorgere”. L’espressione risuonerà in modo inedito quel mattino di Pasqua quando, tornato nel mare di Tiberiade, Pietro si sentirà dire: “figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Una frase che entra in profondità toccando la fame dell’uomo e la sua estrema fragilità, il bisogno di nutrimento per non morire. Pietro troverà il coraggio per fidarsi e gettare la rete, al mattino dalla parte destra, al di là di ogni convenzione o buon senso. Si fiderà di una proposta ed è allora che riconoscerà il Maestro e si getterà in acqua per raggiungerlo. Ciascuno ha proprio bisogno di immergersi nel mare della vita, finirla di rimanere spettatore per affrontare il rischio ma non da solo, bensì accogliendo la Parola del Signore.  

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