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11
2015

Essere fecondi in Cristo

   Oggi la celebrazione del Battesimo del Signore viene ad interpellare il mondo cattolico chiedendo fecondità di vita, testimonianza di luce nuova per illuminare la terra. Quale lo spessore della nostra fede? A chi è rivolta e quale è il senso della nostra vita? Come può essere segno per l’umanità la testimonianza cristiana quando proprio in queste ore apprendiamo dell’ennesimo eccidio in Nigeria, circa 2000 vittime, per mano dell’integralismo islamico.
Domande che trovano ulteriore riscontro dal confronto con la pagina del Vangelo (Mc 1, 7-11)  di questa domenica, sobria ed eloquente, densa di significato e già preparata dalle parole di Isaia 55. Il profeta invitava a cercare nutrimento nel Signore cessando di impiegare le proprie energie verso ciò che non nutre. Esplicitava, inoltre, che accogliere il dono gratuito di Dio equivale a nutrirsi e a lasciarsi fecondare, cioè a fare della propria esistenza un dono fruttuoso. Concluderà, Isaia, affermando che la Parola di Dio è come la pioggia e la neve che ritornano al cielo dopo avere fecondato la terra, solo dopo avere operato il suo desiderio di salvezza e di amore per l’umanità. Questo ritorno sarà possibile, pertanto, attraverso la vita dell’uomo, quando la creatura esprimerà frutti di Bene quotidiano. A ciascuno è dato il compito di restituire al Creatore il dono ricevuto e trasformato attraverso l’investimento della propria vita. L’esistenza personale, spesa nel Bene, è il valore aggiunto che permette il ritorno al cielo di ogni cosa.
Intuiamo come la vita di ogni persona venga ad inserirsi appieno nella dinamica sacramentale: Dio si apre chinandosi verso la terra e ciò che è pervaso della sua presenza può tornare a sé perché reso fecondo. È questo il senso ultimo del battesimo di Gesù, Lui porta con se, facendo riemergere dalle acque della morte, chiunque si lascia travolgere dalla sua presenza: è così che ogni uomo può diventare sacramento di Dio.
Sta di fatto che l’acqua continua a mantenere un significato ambivalente per l’uomo biblico, da un lato è simbolo di vita e dall’altro di morte. Ed è così  che per Israele l’acqua del Mar Rosso comporterà la salvezza mentre per gli egiziani, schiavi della logica di peccato, equivarrà alla fine.  Ora, nel Giordano, nuovamente le acque si aprono per lasciare riemergere Gesù, è il segno che si ripete nel battesimo di ogni cristiano. Si apre anche il cielo e il termine indica lo “squarciarsi”, così come sarà del velo del tempio che si squarcerà alla morte di Gesù e, di conseguenza, al suo passaggio dalla terra al cielo.
In effetti sullo sfondo del battesimo di Gesù è possibile cogliere la sua Crocifissione, qua è insieme ai peccatori e lì sarà in mezzo a due malfattori; qua si immerge nell’acqua e lì attraverserà la morte; ora il Padre lo riconosce Figlio confermando l’apertura del cielo alla terra, ai piedi della Croce sarà il centurione a riconoscerlo Figlio di Dio, cioè l’uomo peccatore, convertito, esprimerà la preghiera che unisce la terra al cielo.
Sulla Croce troverà compimento la frase che prorompe dall’alto quando Gesù emerge dalle acque del Giordano: “questi è il mio Figlio prediletto di cui mi sono compiaciuto: ascoltatelo”. Pensare che il compiacimento di Dio è il desiderio totale di comunione con l’umanità, entrando nelle acque Gesù condivide tutto di sé (è quello che esprimerà il dono della vita sulla Croce) ed il Padre si riconosce nel Figlio, in questo desiderio di sommo Bene. È Gesù a rivelare il volto del Padre e lo fa attraverso tutta quanta la sua vita, noi conosciamo Dio guardando Gesù, parole e gesti di Gesù esprimono il cuore di Dio. È per questo che la nostra fede ogni volta che poggia lo sguardo su Gesù è immediatamente rimandata alla sua relazione con il Padre, il dire ed il fare di Gesù sono il frutto del dialogo che Lui ha con il Padre.
L’entrare in questa esperienza, dal battesimo in poi, ci permette di vivere la nostra esistenza alla presenza del Figlio che seguiamo e che ci sostiene permettendoci di guardare e dialogare con il Padre. Ogni cristiano è inabitato dallo Spirito quando vive la sua professione di fede, è Annuncio di una vita nuova con la sua stessa quotidianità: ciò significa che la vita di ciascuno diventa buon seme per il prossimo, terreno fertile per favorire la crescita dei ripari che Dio offre all’umanità intera.

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