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18
2015

Fare della propria vita un'esperienza di Comunione

     Inizia la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, sarebbe una beffa ricordarcene solo una volta l’anno, ma certo questa settimana merita una sosta speciale per pregare e riflettere sulla necessità di piena comunione con i fratelli delle altre confessioni. È ancora vivo il ricordo di quando, era il settembre del 1992, frère Roger al termine della preghiera nella Tenda di Taizé ci chiese di fare della nostra vita una esperienza di comunione. Stava proprio a cuore a quest’uomo che ha fatto dell’ecumenismo il respiro della sua vita, l’unità di tutti i cristiani.
         Oggi il Vangelo (Gv 1, 35 - 42) ci invita a rivolgere lo sguardo verso il Maestro e a lasciarci riconoscere da Lui per entrare pienamente in comunione con Lui: è questo il punto di partenza.
        Incontriamo Giovanni il battezzatore il quale indica Gesù con le seguenti parole: “Ecco l’agnello di Dio”.  Proprio il giorno prima Giovanni aveva detto: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!”. Questa ripetizione è già un particolare degno di nota, l’agnello per Israele aveva una valenza davvero particolare in quanto rappresentava l’innocenza ed era stato assunto a simbolo della Pasqua, quando Dio aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto. Il sangue dell’agnello sugli stipiti delle porte aveva indicato l’appartenenza al popolo di Dio e, pertanto, la salvezza. Il popolo d’Israele è reso innocente dal dono di Dio, ma questa per Israele sarà un’esperienza  ancora agli albori: è in Cristo Gesù, l’Agnello di Dio, che troverà il suo compimento.
        L’espressione “toglie i peccati del mondo” tradisce il significato originario del termine che, differentemente, significa “porta su di sé”. C’è un’esperienza di condivisione che Gesù fa con l’umanità intera (e non si tratta del fare miracolistico inteso da molti che pensano alla fede come ad una sorta di porzione magica) e consiste, anche, nel portare sulla sua carne e nel suo cuore, le malefatte dell’umanità. Dio è amore  e non può non amare, “portare su di sé” assume il significato di  sostenere le conseguenze del peccato pur continuando ad amare. È la sofferenza di Dio che percepisce il suo amore rifiutato e che constata l’autodistruzione della creatura che Lui ama.
          In questa espressione troviamo, ancora, l’apertura di Dio verso ogni essere umano. In genere noi rifiutiamo chi ci appesantisce e andiamo in cerca di chi ci fa stare bene e ci dà gratificazione. Gesù porta con sé il carico dell’altro, chiunque esso sia. A condizione che volga lo sguardo verso di Lui.
          Volgere lo sguardo all’Agnello di Dio è di fondamentale importanza, significa accettare di essere guariti dal suo dono d’amore ossia dalla sua morte in Croce. Questo restituisce verità al nostro rapporto con Dio e con le questioni della vita: nessuno si salva da solo! L’esistenza non è un mero sforzo per dimostrare la propria grandezza e capacità di farcela, volgere lo sguardo all’Agnello significa mettersi in cammino, andare dietro il Maestro e dimorare con Lui.
          I discepoli di Giovanni, infatti, si mettono subito in cammino seguendo Gesù e, solo dopo, Lui potrà chiedere loro: “Che cercate?”.  Seguire il Maestro, quindi diventare suoi discepoli, è il presupposto per una domanda sulla direzione della propria vita. Abbiamo bisogno di comprendere verso dove sta andando la nostra vita, cosa cerchiamo nel profondo, per cosa ci angustiamo e spendiamo le nostre energie quotidiane. Mi è capitato di ascoltare parecchie persone che pur affaccendate dai molti impegni, si sono rese conto di non sapere perché facessero tutto ciò, sacrificando la famiglia, il riposo, la celebrazione domenicale!
         I discepoli rispondono “Dove abiti?”. Chiedono dove sia il luogo in cui Dio permane e Gesù risponderà dicendo loro: “Venite e vedrete”. Li invita al movimento e a fare esperienza, non indica un luogo in cui Dio permane ma a mettersi in cammino per diventare, lo scopriremo attraverso tutto il Vangelo, loro stessi dimora di Dio.
         Fino a quando cercheremo Dio fuori di noi senza accoglierlo dentro di noi, la nostra esperienza di fede sarà formale, di superficie. La preghiera sarà tale quando potrà risuonare dentro di noi trasformando la nostra vita: il sentire, il guardare, il gustare. È altra cosa prepararsi ad accogliere l’Ospite: quante volte arriviamo distratti alle Celebrazioni Eucaristiche e quanto spesso il “fine Messa” è, altra cosa, rispetto al Dono appena ricevuto.
         Successivamente Gesù dirà: “Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore, se no ve l’avrei detto, io vado a prepararvi un posto”. Il termine “casa” traduce Oikia ed indica la famiglia, il focolare domestico. Più che il luogo, ancora una volta, si indica il tipo di relazione: quella familiare! Il Signore prepara questo tipo di incontro, la sua missione sarà volta a renderci pienamente figli attraverso il dono che farà di sé, quale Agnello immolato per noi.
         Gesù li invita ad accoglierlo affinché Lui possa abitare in loro. È così che incontrando Simone gli cambierà il nome, è l’esperienza della rinascita cristiana. Cambiare il nome indica il cambiare l’orizzonte di vita, la propria storia, la stessa paternità che adesso sarà attribuita a Dio. L’incontro con Cristo fa nuove tutte le cose, è per questo che il dimorare in Dio è un qualcosa in divenire: è Lui che ci prende dentro e ci riorienta malgrado i nostri vizi, l’orgoglio o gli errori del passato.  Come può una persona pensarsi in modo nuovo se non attraverso questo incontro?
         Dio non si ferma alla provenienza, come se la vita di ciascuno fosse pre-derminata. Il nostro modo di guardare la realtà, etichettandola, non corrisponde al modo di Dio. Quando qualcuno afferma che per il nostro mondo non c’è speranza, sta tradendo la logica di Dio. Certo è che, ancora oggi, il Signore può fare nuove tutte le cose!
         Comprendiamo, allora, gli ultimi versetti della prima lettura (1Sam 3, 19): “Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuéle, Samuéle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”. Il Signore dimorando in noi orienta il nostro cammino, e l’ascolto della sua Parola ci trasforma.

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