set
4
2015

Il "Soffio" missionario e la Santuzza

          Il centro dell’azione missionaria della Chiesa è l’Annuncio della Parola e, questo, va fatto in primo luogo attraverso l’incontro diretto con l’altro. La parola pronunciata e cioè frutto del soffio del respiro di una persona, ha una valenza speciale e differente rispetto all’ascolto radiofonico o alla lettura di un post. La fede cristiana va trasmessa di persona, è il soffio dello Spirito ad unirsi nell’Annuncio. È anche per questo che la missione inizia con la cura della vita interiore cioè attraverso il costante ed intimo dialogo con Dio. 

              Oggi la Chiesa palermitana celebra la solennità di Santa Rosalia, lei che con la sua vita nascosta è stata una grande missionaria e, ancora oggi, continua a ricordarci la bellezza del vivere con e per Dio.

              Ci rendiamo ben conto che i santi, e così santa Rosalia, ci indicano la meta che loro hanno fissato: Cristo Gesù. La loro vita è testimonianza viva della grazia dello Spirito, di come Dio può operare rendendo feconda l’esistenza dei suoi. 

            In primo luogo bisogna sfatare il “mito del santo”, è un testimone della misericordia di Dio e non della perfezione umana. Il santo non è un perfetto ma un umile che ha elevato la sua mano al Creatore e a Lui ha consegnato la propria vita. È il battesimo ad abilitarci a questa possibilità, la creatura divenuta capace di accogliere lo Spirito del Signore viene santificata e rigenerata. Lo Spirito Santo, infatti, opera santificando e donando i suoi carismi. È il cuore dell’uomo ad essere rinnovato attraverso la santificazione, i carismi invece sono per l’edificazione comune ma secondari rispetto alla santificazione.

         Il santo non cerca di mostrare carismi, a lui importa accogliere e seguire Cristo, è la santificazione il centro della vita cristiana. I carismi sono conseguenza di questa intimità condivisa con Dio, è Lui che li dona per il Bene della Comunità, per insegnare e sostenere il suo popolo. Questo aspetto chiarifica come il carisma non appartenga a chi lo custodisce, rimane di Dio che lo ha donato, il santo si è spogliato di tutto si è opposto alla logica di appropriazione propria di questo mondo. 

        È questa l’esperienza vissuta da santa Rosalia, lei ci mostra l’itinerario di umiltà che ha governato la sua vita quando ha lasciato la corte normanna per rifugiarsi in una grotta, prima alla Quisquina e poi sul Monte Pellegrino.

         Il silenzio ed il dialogo con Dio sono le fondamenta della vita cristiana, senza questa intimità l’uomo crede di credere ma in realtà rimane spettatore della vita divina. È così che lo studio e la conoscenza non bastano per fare esperienza di Dio, è necessario aprirsi alla grazia dello Spirito, permettere che la Sua presenza ricolmi la propria vita.

        La parabola delle dieci vergini (Mt 25, 1-13) quest’oggi  ci ricorda l’importanza del camminare andando incontro allo sposo. La vita cristiana è concepita come uno sposalizio, un dono d’amore che trova compimento nel Regno di Dio. Per entrare in questa festa nuziale è necessario avere la Luce per essere riconosciuti. Ciascuno di noi accostando un “amico” di Dio si rende subito conto della luminosità del suo volto, un volto triste non racconta di Dio. Ho incontrato persone molto sofferenti ma portatrici di una luce speciale, tutto nella loro vita diveniva occasione per stringersi a Cristo.

        Le donne della parabola hanno tutte la stessa opportunità, quella di procurarsi l’olio in piccoli vasi, eppure alcune di esse al momento opportuno mancheranno dell’olio necessario. Quale è il senso di questi piccoli vasi che vanno colmati di olio?

         Per rispondere è necessario porsi un ulteriore interrogativo: dove trovo il nutrimento necessario ad illuminare la mia vita?

         La luce serve a camminare ma anche ad essere visti: un naufrago se ha una torcia può essere soccorso e, allo stesso modo, chi si perde nel bosco se ha una torcia può ricercare il sentiero. 

         Interessante notare che i vasi sono piccoli, e ciò perché l’essere umano può fare solo un passo al giorno, la corsa frenetica ci fa andare in superficie, magari fare tante cose ma senza gustarne nessuna.

        La qualità della vita non dipende dalle tante cose fatte, è l’ascolto di Dio a darci il gusto e la luce della vita. Ciascuno, altrimenti, potrebbe svalutare la propria quotidianità e stare a fuggire in “una vita migliore”. Pensiamo ai tanti adulteri consumati nei nostri giorni, e non si tratta solo del tradimento del proprio coniuge ma anche del sottrarsi alla propria missione, il lasciar perdere il proprio posto perché si è idealizzato altro!

         La vita cristiana è fatta di fedeltà quotidiana, è così che posso riconoscere la presenza del Cristo povero (cioè compagno di viaggio) nella mia vita. Lui si rivela nella ordinarietà di ogni giorno ed è lì che la nostra vita può ritrovare il gusto perduto.

          Ricordando un altro banchetto evangelico, quello di Cana, dove Gesù ci ricorda che è Lui a portare il vino buono e a permettere la festa della nostra vita. Ma questa esperienza passa per una pratica ordinaria, le abluzioni prima di accostarsi alla mensa e cioè ringraziare Dio per il pasto quotidiano. Quel matrimonio stava per essere celebrato senza coltivare la relazione con Dio, il progetto di vita di quegli sposi era fondato sul calcolo umano, sulle loro mere forze.

           L’umanità, rappresentata da quella nuova coppia, potrà recuperare tale gusto a partire da una obbedienza semplice: “fate quello che Lui vi dirà”.

         Per i servi rispondere a quella indicazione significò un atto semplice ma di affidamento: versare l’acqua nelle giare e poi attingere per portare a tavola il vino. Loro non erano certo capaci di donare vino a quella mensa ma l’unica cosa che potevano fare era quella di obbedire, di ascoltare la voce del Maestro.

          La questione nodale, ci rendiamo conto, non è la nostra povertà, il non avere “pane per sfamare tanta gente”, o l’addormentarsi perché troppo fragili. Ciò che conta è accettare di essere, partendo dalla propria povertà, utili a Dio. È per qualcuno che si vive e non per se stessi, è questa la luce che portano i santi, l’insegnamento che ci rivela Rosalia, lei che non ha esitato a farsi povera riconoscendo che solo Dio può fare ricca la propria esistenza.

           È questo anche il senso delle due celebrazioni che abbiamo condiviso nei giorni passati: il matrimonio di Francesco e Paola, la consacrazione di Mariella.

         Tre MdS che hanno pronunciato il loro “Si” a Dio e, ora, con la loro vita iniziano a raccontare una nuova missione ma il denominatore comune rimane lo stesso: l’Amore.

 

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