lug
7
2013

La Comunione e la Fraternità quale missione della Chiesa

  Oggi il Vangelo ci ricorda che l’identità della Chiesa sta nella Missione. La Chiesa è tale perché missionaria, cioè chiamata a farsi comunione, pane spezzato, parola donata, affinché l’altro possa avere vita, vita piena. Oltre a questo aspetto comunionale, la missionarietà della Chiesa ci rimanda ad un aspetto ancora più fondante: se mi scopro figlio di Dio allora riconosco l’altro come fratello!
L’altro non mi è indifferente anche se sconosciuto, è ugualmente figlio di Dio e meritevole di attenzione così come lo sono io. L’esperienza cristiana pertanto, favorisce l’assunzione di una posizione esistenziale di fronte a se stessi, agli altri e al mondo: io sono OK e l’altro è OK, cioè io valgo così come l’altro vale! Condividendo stamane questa risonanza nella Chiesa di Sant’Agnese in Danisinni mi rendevo sempre più conto di come ciascuno è prezioso agli occhi di Dio, nessuno escluso e di come questa verità sia davvero difficile da comprendere quando si sperimenta la vita quale fatica, sofferenza, povertà economica. Pensiamo al grave problema della disoccupazione che investe fasce di giovani in cerca di prima occupazione così come adulti, padri di famiglia, che improvvisamente si ritrovano a perdere il proprio posto di lavoro considerato fino a poco tempo prima “stabile”, ossia garanzia per la propria vita.  
Questa esperienza è da viversi, è questo il mandato di Gesù, in modo semplice e genuino cioè senza tanti discorsi. Andare di casa in casa e annunciare il Regno di Dio già presente significa accogliere l’altro come fratello e non più come rivale o persona a cui togliere qualcosa. Nel momento in cui l’altro è riconosciuto come figlio di Dio allora si compie questa pagina evangelica.
Quando Francesco d’Assisi andò a predicare tra i musulmani il Sultano lo accolse senza ucciderlo perché si accorse che, a differenza dei crociati che in quel tempo usavano le armi per “portare il Vangelo”, lui stava annunciando il regno di Dio attraverso il suo amore, il farsi fratello in mezzo a quanti fino a poco prima gli erano estranei.
Gesù descrive questo atteggiamento in modo plastico: “vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. Ci invia per farci “pasto” per gli altri, è questa l’esperienza dell’agnello in mezzo ai lupi, li nutre! Ora la vita potrebbe diventare una questione di orgoglio, di potere, di contesa quotidiana oppure, ed è questa la proposta, trasformarsi in dono quotidiano, dono in cui l’altro trova nutrimento, riscoperta della propria vita.
Aggiunge ancora, “senza bastone” cioè senza appoggi, senza potere. Il bastone come lo scettro è l’espressione del comando, di chi esercita potere sull’altro fino a “bastonarlo”. È un mandato volto al dialogo, all’incontro con l’altro.
Mi chiedo se la mia e la nostra esperienza di Chiesa si muove in questa direzione, se davvero rispondiamo alla chiamata del Maestro oppure in modo autoreferenziale ci muoviamo cercando di essere noi il criterio di discernimento e di “giudizio” dell’altro e del mondo.
Come vedrebbe oggi l’Uomo di Galilea questo mondo? Come ci invita a vederlo e a viverlo? Mi rendo conto che l’essenzialità e la libertà di vita è una continua ricerca e di come noi cristiani possiamo correre il rischio di acquietarci, farci bastare ciò che siamo e “abbiamo fatto” dimenticandoci dell’invio evangelico che rimane quotidiano, continua ricerca e scoperta di se stessi e dell’altro.

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