dic
6
2015

La forza della Testimonianza

         Questa II domenica di Avvento rimarrà epocale per la storia della Chiesa palermitana, la Messa d’Ordinazione di don Corrado Lorefice è stata un’esperienza viva di grazia e di forte provocazione rispetto all’assunzione di responsabilità che noi cristiani, nel nostro territorio, siamo chiamati a vivere. Grazia e Testimonianza quali percorsi obbligatori per camminare e condividere con l’umanità tutta, il Bene che Dio dona senza esclusione alcuna. La Parola che la liturgia ci offre viene a confermare questo mandato affidato, per mezzo del suo Pastore, alla Comunità palermitana.

          Il Vangelo (Lc 3, 1-36) di oggi, infatti, si apre con uno scenario storicogeografico particolare. C’è un contesto preciso e delle persone che ne fanno parte: l’impero romano con l’imperatore ed i tetrarchi, due sommi sacerdoti esponenti della forza religiosa. È la storia dei potenti e perfino il tempo viene dettato facendo riferimento all’imperatore di turno. Il reggente, cioè, presume di scandire il tempo in rapporto al suo dominio: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare”.

        Storia di ieri così come di oggi, sembrerebbe che il cammino dell’umanità sia raccontato dai “grandi” di questo mondo, incuranti dei tanti che pagano con travaglio e impedimenti le loro pratiche di ingiustizia. Sì, perché ogni volta che un uomo vive nello spreco ed ingordo dell’opulenza, offende i tanti affamati della storia.

          Ma ecco che in questa cornice accade qualcosa di sorprendente, la storia non è mai scontata quando si legge dalla prospettiva di Dio ed è così che lo scenario viene capovolto: troviamo un uomo sconosciuto che vive nel deserto, è Giovanni, e a lui viene rivelata la Parola.

          Le sue vesti ed il luogo in cui abita sono indicativi del suo potere, è un uomo libero, svincolato dai padroni di turno, è un uomo che può stare nel silenzio del deserto, che non ha timore di ascoltarsi ed ascoltare fino in fondo.

          Proprio nel deserto si è “liberi” da ripari, non c’è “campo” per sintonizzarsi con i rumori di questo mondo. Per l’uomo contemporaneo, invece, è sempre più difficile fare a meno di appoggi continui, stare in ritiro con lo smartphone chiuso sembra quasi una follia. Oggi più che mai, nel capitalismo occidentale, l’umanità vive alla periferia di se stessa e l’individuo è bisognoso di continui “anestetici” (si pensi alle nuove dipendenze) per non sentirsi!

          Intendiamoci, il mercato dei consumi per sostenersi spinge a bisogni sempre nuovi ed è così che aumenta la fragilità e la dipendenza. Il silenzio diversamente metterebbe a contatto con se stessi, farebbe venire meno l’illusione di onnipotenza o la pretesa magica di trovare felicità nell’oggetto di turno.

          Il deserto, diversamente, fa venire meno ogni logica autoreferenziale: l’uomo che compulsivamente cerca la sua felicità per mezzo del possesso di cose o di persone, si ritrova a stare in compagnia di se stesso. Nessun appoggio, solo la possibilità di ascolto!

           È così che su Giovanni “cade” la Parola, quale dono dall’Alto. Alla persona viene restituita la dimensione verticale quando smette di stare china su se stessa. Ora lui predica il battesimo di conversione per il perdono dei peccati, cioè un immergersi per prepararsi al perdono. Per accogliere la grazia di Dio, la sua presenza, è necessario prepararsi altrimenti il dono verrebbe sciupato, non ci sarebbe custodia.

          Oggi fatichiamo a custodire, siamo troppo esteriori, abituati ad accumulare bonus, presi dalla ricerca di un nuovo appagamento. Nel tempo dell’edonismo il custodire annoia, e la ricerca di sensazionalismo struttura un radicarsi in superficie: l’uomo è esortato a galleggiare!

          Giovanni invece richiama ad una tuffo, quello proprio del battesimo, in quanto bisogna andare fino in fondo con se stessi per cambiare veramente. L’uomo finisce con l’arrendersi solo quando è stremato, ormai  privo di ogni appoggio dopo avere toccato appieno la propria fragilità.

           L’esortazione di Giovanni è un “battesimo di conversione per il perdono dei peccati”. C’è una meta che orienta il cammino di conversione, anche l’Avvento ricorda questa sicura speranza, l’esperienza cristiana nasce dall’avere conosciuto il cuore misericordioso di Dio. Solo il perdono è convincente, cioè motivo valido per mettersi in cammino. E il “raddrizzare i sentieri” rivela come il Signore può operare, comunque, malgrado la ferita del peccato. Sovente vorremmo  cambiare le strade della nostra vita, inappagati ed insoddisfatti fantastichiamo un “essere diversi”, mentre la Parola di Giovanni è chiaramente opposta: è il Signore a volere entrare nelle nostre vite per sanarle ed illuminarle con il suo Amore.

           È così che bisogna riorientare i propri desideri, a volte evasivi ed idealizzanti con la conseguente svalutazione della propria vita. È nell’oggi di ciascuno che Dio può operare: se lo si cerca da un'altra parte si potrebbe rischiare di non incontrarlo mai.

 

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