ott
4
2015

La sponsalità e la Chiesa, la Testimonianza di Francesco d'Assisi

           Introdurre alla contemplazione del Mistero è questo il senso della Missione, il testimone lasciato dal santo di Assisi.

         “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” ossia che “gli stia di fronte”. Così inizia la Parola di Dio in questa XXVII domenica del Tempo ordinario, giorno in cui quest’anno ricorre la festa del padre san Francesco.

          Il tema sposale si intreccia con la vita del santo di Assisi in quanto esprime il rapporto tra Dio e la Chiesa. Proprio il “mistero grande” dell’amore coniugale raffigura il dono del Signore che non tiene nulla per sé ma tutto regala all’umanità che accoglie.

           Le parole iniziali, da Genesi 2, 18, mostrano la necessità di un interlocutore. Senza dialogo con l’altro e cioè diverso da sé, l’uomo entrerebbe nella melanconia dell’anima restando solo. Ciascuno comprende se stesso e conosce la realtà che lo circonda, attraverso il rispecchiamento con lo sguardo altrui, come a trovare un indice nella comprensione o incomprensione dell’altro  e nelle emozioni da lui restituite. Ciò non significa che l’altro ha sempre ragione ma che attraverso la vicinanza o lontananza ciascuno definisce il proprio sentire ed il perché delle proprie ragioni.

            Ad ogni modo l’amore sponsale è riferimento per la vita adulta, non è più la relazione di accudimento proprio dello stato filiale. Il lasciare la casa del padre per formare nuova famiglia indica questa capacità di autonomia e di donazione.

          Proprio per tali motivi oggi, tempo dell’individualismo e dell’autoreferenzialità, l’amore sponsale sembrerebbe avere poca cittadinanza. Quel che è duraturo e centrato sull’amore pare opporsi radicalmente alla logica dei consumi “usa e getta”, ove il principio del piacere immediato scambia l’amore con la soddisfazione compulsiva di un bisogno. Il risultato, è cronaca di tutti i giorni, è il vuoto dell’essere e la frammentazione delle relazioni, ossia l’incapacità di tessere legami.

             Francesco d’Assisi, partito anche lui da un desiderio di gloria per dimostrare a sé e agli altri di essere un prode, un “maggiore”, tutto ad un tratto, dopo essere passato per il limite della malattia e della prigionia, si rende conto che quella ricerca non avrebbe appagato il suo profondo desiderio. Lui  che si stava uniformando ad un sistema sociale, seguire l’escalation di turno per avere un nome, una volta incontrato il limite riscopre la sua missione di vita.

            La relazione con Dio, infatti, abbisogna di originalità, è uno stare di fronte senza possibilità di nascondimento. È così che il santo di Assisi imparerà a stare di fronte ai lebbrosi e, da loro, conoscere l’amore che va al di là delle fattezze umane, oltre i limiti di ciascuno.

            È quel che impara una coppia quando supera la fase idilliaca dei primi giorni e, dopo avere attraversato la delusione per l’altro, decide di amarsi donando ogni giorno del proprio. Parecchie sono le coppie, al contrario, che si anestetizzano rimpiangendo i primi albori e tornando alle foto del giorno nuziale come a consolarsi per quel che non è più!

          Francesco impara a perdere ogni giorno, a lasciarsi espropriare di tutto per amare, non tiene per sé e, così facendo, trova quel che è più grande. La questione, pertanto, si gioca su chi riporre le proprie aspettative: “seguire il servo o il padrone?”.

            Il racconto di Genesi ricorda che “In principio” è Dio e non l’uomo. La fonte sta da un’altra parte, eppure l’umanità continua a cercare di abbeverarsi da sé, senza ricorrere alla Sorgente vera.

           Quando la prima coppia decise di nutrirsi da sé, prendendo quel che non le era stato donato, ecco che scoprì la propria nudità iniziando ad avere timore del passo dell’Altro, perse la capacità di stare di fronte. Seppure quel cibo sia stato condiviso i due non furono capaci di sostegno vicendevole, in quanto non è la condivisione la forza della coppia ma il lasciarsi amare da Dio. La fraternità francescana non trova forza nelle relazioni fraterne ma nell’accogliere il dono di Dio: la relazione fraterna è il luogo in cui questo dono trova espressione procurando gioia vicendevole. È un altro modo di intendere lo stare nelle cose della vita, un altro modo di risolversi dentro.

             È così che la quotidianità diventa uno stare nel mistero e un attingere ogni giorno per tutti i giorni della propria vita. L’età, pertanto, non estingue l’amore per esaurimento ma lo matura, lo fa essere più capace. Sposi anziani possono rinnovarsi la loro promessa d’amore con maggiore gratitudine verso Dio, per la sua fedeltà nella storia. L’amore coniugale è, così, elevato a sacramento: il corpo e la quotidianità degli sposi diventa manifestazione di Dio al pari del sacramento eucaristico.

           Pensare che tutta la relazione sponsale e cioè i lavori quotidiani, il perdonarsi ed il sacrificarsi per l’umanità incontrata ogni giorno, racconta il Sacramento di Dio; dalle cose più semplici, come ad esempio l’acquisto di un’auto, tutto viene impregnato da questa missione in cui la priorità è data dal condividere con l’altro, dal fare spazio e non dal chiudersi pensando solo a se stessi.

Al contrario assistiamo al moltiplicarsi dei mezzi di trasporto come delle tv, all’interno dello stesso nucleo familiare, quando la priorità è un’altra!

              È questa la grande responsabilità cristiana per il nostro tempo, mostrare il senso del mistero attraverso la propria postura di vita. È quel che ha testimoniato Francesco d’Assisi, Lui che ha accolto senza più riserve l’amore di Dio fino ad esserne totalmente trasformato. 

 

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