apr
6
2013

L'esperienza pasquale è frequentazione quotidiana

       In questi giorni la liturgia, per un’intera settimana, torna a riproporci le apparizioni del Risorto ai discepoli, come a significare l’insistenza di Dio ed il bisogno di frequentazione di quei fatti per poterli accogliere e comprendere.
          In realtà ciascuno di noi ha bisogno di una frequentazione assidua e quotidiana per potersi affezione a Dio, o meglio cogliere il suo affetto per noi. L’esperienza pasquale appartiene al cristiano che si lascia frequentare da Dio e pertanto si dispone a questa amicizia. Altrimenti la preghiera di un momento o un limitato periodo mai riuscirà ad aprire i nostri occhi e scaldare il cuore.
         In questa domenica intitolata alla Divina Misericordia assistiamo ad un nuovo incontro, l’ennesimo, che sembra darci indicazioni importanti sul come nutrire la nostra vita pasquale.
         I discepoli hanno ascoltato dalle donne il racconto della tomba vuota. Già per chi aveva visto il sepolcro vuoto era stato difficile comprendere, credere che non avessero trafugato il corpo inerme del Maestro, per i discepoli che hanno ricevuto quell’annunzio la comprensione è ancora più difficile!
        Sono disorientati, e ora si trovano nel cenacolo il luogo in cui il Maestro aveva dato loro da mangiare il suo corpo, e consegnato le ultime istruzioni: il comandamento dell’amore ed il significativo gesto della lavanda dei piedi.
       È sera, è la sera di un giorno, in realtà nella computazione ebraica sarebbe l’inizio del giorno nuovo, di fatto indica la sera di un giorno, quello di Pasqua, che non ha tramonto. Si fa sera nel nostro giorno quando non abbiamo più la capacità di vedere, di accogliere la luce.
       Questa è la loro disposizione d’animo, la chiusura, e aggiunge il testo indicando che stanno lì perché presi da paura. Si ritrovano assieme perché dominati dalla paura ed infatti “ognuno sta presso di sé”. È l’esperienza che facciamo noi umani quando viviamo da estranei cioè chini su noi stessi, pronti a difenderci dall’altro, considerato non come fratello ma come potenziale nemico.
       Le porte sono ben chiuse, hanno paura di essere uccisi anche loro. Hanno timore di perdere la vita, hanno fatto di quel luogo, il cenacolo ove il Maestro aveva dato loro la sua vita, il suo corpo per nutrirsi, una sorta di sepolcro, un luogo ove il respiro e la vita è paralizzato. Una reazione simile a quella dell’animale innanzi al predatore, finge di essere morto per non essere ucciso!
       È proprio lì che Gesù entra, nel mezzo di quella stanza, di quel luogo di morte. L’esperienza pasquale è proprio questo incontro che Gesù opera con la vita diventata luogo di morte. L’esistenza ferita e senza più luce, gioia, quiete. Gesù saluta augurando la pace e mostrando il segni della croce.  Al vederlo i discepoli gioiscono, c’è un esultare in chi riconosce i segni dell’amore che Dio ha per lui. I segni della crocifissione indicano che Colui che ora è Risorto prima è passato per un’esperienza ben precisa, la Croce che significa la misura del suo amore per loro.
       Da lì scaturisce il mandato missionario: “Come il Padre ha mandato me così io mando voi”. Quando i discepoli ritrovano la gioia, il loro cuore si scalda perché si scoprono profondamente amati nonostante tutto allora ecco che sono pronti ad accogliere il mandato missionario che si fonda sulla relazione che il Padre ha con il Figlio. Proprio perché amati come il Figlio allora possono essere inviati.
      E l’invio missionario si fonda su una condizione “Come il Padre ha mandato me” significa come mi ha inviato a mostrare il suo Volto d’amore, disposto anche a donare pienamente la vita, così anche voi dovete mostrare tale Volto con la vostra stessa vita.
       Il cenacolo torna allora ad essere luogo di vita, in cui si trasmette comunione e questo solo dopo che ci si scopre amati. Così è di tante parrocchie o movimenti ecclesiali che ritrovano la pace e la gioia quando riscoprono l’amore del Padre  e diventano anch’essi capaci di tale amore. È allora che ricevono Spirito Santo cioè l’Amore di Dio, un dono che non si riceve una volta e per tutte ma lo si accoglie ogni giorno, non c’è una misura piena ma è un continuo dono. L’atteggiamento di apertura per continuare a riceverlo è proprio quello di chi contempla i segni della Croce in Gesù, l’amore sino alla fine. Ne scaturisce il potere del perdono, chi accoglie il dono di Dio è capace di perdonare, questo è l’insegnamento che Gesù esprime dalla Croce: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Tommaso detto Didimo cioè gemello, è uno che manca dell’esperienza dell’incontro. Si sente escluso, vive una certa solitudine, così come è di molti gemelli che pensano di non essere i protagonisti perché un altro gli toglie lo spazio vitale. Di fatto Tommaso non c’era, forse era stato più coraggioso, in fondo aveva detto prima “andiamo a morire con lui”, aveva affrontato la vita, il fallimento, ma con le sue sole forze e quindi con una corazza. Voleva combattere ma sapeva che ci sarebbe stata la morte, non c’è un amore più forte della morte. Proprio per questo mostra ora la sua debolezza, il non fidarsi della parola degli altri, non si fida ha bisogno di fare la sua esperienza.
          Gesù lo ascolta, ascolta la sua difficoltà e il suo desiderio e pertanto lo invita a toccare le sue ferite. Significa entrare nella esperienza del suo amore, Tommaso crede, riconosce Gesù come “mio” Signore. È un’appropriazione proprio perché riconosce che il Maestro ama proprio lui, non è una relazione generica quella del credente ma una relazione a tu per Tu.

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