ott
1
2017

L'umano vivere non è questione di bontà ma di bellezza

  La parabola dei due figli (Mt 21, 28-32) racconta la possibile risposta dell'uomo alla chiamata di Dio. L'invito al lavoro nella vigna esprime la sua volontà, il suo disegno di bene volto al coinvolgimento dei figli in ciò che è suo.

La sua proposta è uguale per tutti e, come per gli operai chiamati in ore diverse, anche adesso il frutto della vite è affidato ai chiamati.

Fa riflettere che per portare frutto Lui abbisogni della risposta di quanti tratta da figli e, perciò, resi partecipi della sua vita, custodi del suo amore. Si, perché un figlio custodisce l'amore del padre, in quanto l'amore è dono e cioè apertura di sé e condivisione della propria vita con l'altro.

A questo atteggiamento, leggiamo, corrisponde una duplice risposta. In quanto libertà, l'amore rispetta l'opposizione altrui, rimane attesa così come nel caso del padre misericordioso che resta vigilante per scorgere il ritorno del figlio prodigo. 

Interessante notare l'agire del primo figlio: “Non ne ho voglia” Ma poi si pentì e vi andò.

Dapprima ascolta il suo sentire interiore, la ribellione alla proposta, il desiderare altro e quindi spegne ogni possibilità di relazione sul nascere. Successivamente, però, accade qualcosa di inaspettato, è quel che rende unico il genere umano: il pentimento!

C'è da intendere che la parola del padre, seppure rifiutata, era entrata nel suo animo e non era stata rigettata come farebbe un terreno impermeabile. La parola quando entra dimora e se continua ad interpellare, anche dopo il rifiuto, è da riconoscersi quale parola viva che ha la capacità di provocare, contestare, perfino il sentire che porta alla prima decisione.

È così che si inizia la vita spirituale, ossia quel cammino di ascolto che diventa sempre più dirompente fino ad orientare pensieri e sentimenti.

Non è sufficiente dire “si” a Dio per avviare il cammino spirituale, in quanto può esserci di mezzo la menzogna. Ossia potremmo dire una cosa, magari con convinzione, e viverne un'altra.

La bugia mette divisione tra la parola e la vita. L'ascolto della Parola, invece, è il punto di partenza della vita spirituale in quanto avvia un processo di integrazione, pensieri e sentimenti orientati a Dio.

Il primo figlio, comunque, si sente libero di opporsi al padre. Il secondo invece ha assunto la compiacenza a regola di vita e, di fatto, vive una sorta di mascheramento cioè mostra un volto mentre, sotto, ne serba uno opposto.

Pubblicani e prostitute precedono i “giusti”, dice Gesù,  perché hanno la consapevolezza di opporsi a Dio e pertanto la possibilità di ri-orientare la propria vita chiedendo il Suo aiuto. Chi si fa giusto, invece, non ritiene necessario cambiare, è così comodo nella sua situazione di compromesso da non rendersi conto che sta vivendo una religiosità formale ma, certo, non la relazione con Dio.

È ancora una volta la discrepanza tra religione e fede ad essere rivelata da Gesù: la prima custodisce forme che vorrebbero garantire la benevolenza di Dio ed il merito ai suoi occhi; la fede invece parte dall'umile riconoscimento della propria fragilità e dal bisogno dell'aiuto del Padre per iniziare a camminare.

Oggi inizia il triduo in preparazione alla festa di san Francesco, lui questa dicotomia l'ha vissuta appieno. È partito dal cercare la realizzazione di sé in modo autoreferenziale seppur con parvenza religiosa, partecipando alla crociata e cercando di dimostrare, a Dio e al mondo, il suo valore. 

Il suo rincorrere la posizione di cavaliere e di notabile nella Assisi del tempo, era un modo di credersi giusto e di radicarsi in una postura alta da cui ottenere riconoscimenti e gratificazioni.

È questa la condizione da cui parte Francesco, ed è da quel piedistallo idealista che dovrà scendere per scoprire il Signore.

Fino a quando non facciamo esperienza della nostra fragilità e miseria, ossia fino a quando l'ego non sperimenta il fallimento, è parecchio difficile iniziare il percorso spirituale.

Anche il giovane della parabola avrà dovuto spogliarsi del suo ego prima di andare a lavorare nella vigna del padre. Per servire è necessaria una previa spoliazione, perdere la corazza  difensiva fino a non temere più il giudizio altrui.

Tornando all'uomo Francesco assistiamo ad un graduale cammino di spoliazione e, al contempo, vestizione. Perdi qualcosa per acquisire altro, ti svuoti di un certo nutrimento perché ne hai trovato un altro migliore. 

Non si tratta semplicemente di lasciare il male per trovare il bene ma di discernere tra il bene ed il meglio. Francesco poteva limitarsi al bene, al fare l'elemosina ai poveri, a coltivare pie  pratiche nella chiesa ma, così facendo, non avrebbe risposto alla sua vera vocazione.

La differenza cristiana sta nel discernere il meglio da compiere senza accontentarsi del bene che potrebbe realizzare, comunque, anche un non credente. La vita, dunque, diventa espressione di una relazione un dialogo intimo e costante nel tempo con il Signore.

“Francesco è meglio per te seguire il servo o il padrone?”. È questa la domanda che gli rivolgerà Dio facendogli comprendere che deve lasciare quella direzione.

Troveremo Francesco, in un momento cruciale della sua vita, spogliarsi davanti al popolo e al vescovo di Assisi il quale lo riveste, poi, con il suo stesso manto.

Francesco in realtà aveva già compiuto dei grandi gesti di generosità, donando i suoi averi ai poveri ma adesso consegnando le sue vesti al padre c'è una spoliazione ben più profonda: Francesco si sta totalmente consegnando alla custodia del Padre che è nei Cieli.

È necessaria l'offerta della propria veste al principio del cammino, Francesco deve presentare l'abito paterno per essere rivestito in modo nuovo e gratuito dal Padre. È significativo, infatti, che il vescovo Guido lo copra con il suo manto: è la chiesa generata dal grembo del Padre a custodire la nudità di Francesco.

Non si tratta del corpo rinascimentale che deve esibire le sue forme come a mostrare l'uomo perfetto, è il corpo dell'uomo che non ha più bisogno dei vestimenti umani per trovare valore, è il corpo dell'uomo trasfigurato dalla grazia, amore, di Dio. Lo stesso corpo che troveremo nel Cristo crocifisso, nudo e sfigurato ma denso, in modo incommensurabile, d'amore.

Tornando all'immagine del giovane che si pente e va a lavorare nella vigna del padre, la fede cristiana si fonda sulla bellezza dell'amore di Dio, l'amore che mantiene lo sguardo misericordioso anche su colui che ha sbagliato, sulla tenerezza del Padre che gioisce per il bene e la felicità dei suoi figli.

Francesco ha colto che l'Amore di Dio desidera farsi totalmente comunione per donare la vita divina ad ogni credente. È di questa certezza che si riveste la fede cristiana.

 

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