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26
2013

"Me l'aspettavo": il sorriso di don Pino

         Stiamo vivendo in questi giorni un’esperienza straordinaria, il nuovo raduno dei Missionari di Strada è segnato da due Eventi-segno del tutto straordinari la beatificazione di don Pino Puglisi che abbiamo celebrato stamane e la solennità della Santissima Trinità propria di questa domenica.
In entrambi gli eventi in modo straordinario ci viene rivelato il volto di Dio. La relazione che Lui stabilisce e desidera avere con ogni essere umano, la sua conoscenza che è, al contempo, conoscenza di noi stessi e della nostra identità.
         In primo luogo per conoscere Dio bisogna comprendere quel che è stato detto e rivelato da Gesù, bisogna comprendere come l’amore resta vivo in questo mondo, infatti guardando Gesù qualcuno potrebbe dubitare che chi dona possa trovare gioia o esprimere appieno la sua vita.
         Il brano del Vangelo di questa domenica, Gv 16, 12-15, racconta di come gli apostoli accolgono la consegna di Gesù. Lui ha detto che di lì a poco sarebbe andato via da loro e questo è colto come la fine di tutto, il cuore è triste perché leggono l’offerta di Gesù ed il suo affrontare la persecuzione come luogo di morte. Gesù rivela loro che il “dove” non è la tomba ma il ritorno al Padre e ancora, dopo l’evento della Resurrezione, quando i discepoli cercheranno Gesù tra i morti, Lui ricorderà loro quanto aveva preannunciato.
           È lo Spirito Santo che permette di cogliere la Verità e cioè di svelare ciò che ingabbia e uccide proprio perché peccato. L’offerta di Gesù diventa così svelamento della logica del male che perde il suo potere, tutti potremmo sentirci minacciati dalla tentazione di perdere la vita, di non valere abbastanza, ed è quando assecondiamo questa insinuazione che aderiamo alle logiche di potere, di egocentrismo, di competizione con l’altro riconosciuto quale rivale e non come fratello.
          Consegnandosi Gesù mostra che la logica dell’amore è superiore al male ed è l’unica logica vera, che cioè realizza l’eternità. Il male invece promette l’eternità felice ed in realtà procura l’infelicità eterna. Per passare dalla logica di competizione a quella della comunione è necessario non cercare di essere importanti, i primi, ma interessarsi all’altro, cercare di fare primeggiare l’altro proprio perché amato. È la logica di competizione a ferire le relazioni fraterne, basti pensare alla vicenda di Caino e Abele, ove il primo invidia che l’offerta del fratello sia gradita a Dio. Legge, infatti, questa gioia e accoglienza del Padre quale principio di disparità e non d’amore.
            Chi entra nella logica dell’amore ecco che allora vedrà Gesù di nuovo, da Risorto. Questa è l’esperienza della Chiesa, l’esperienza di quanti hanno compreso di essere stati amati da Dio malgrado il loro peccato. Se oggi celebriamo la santità di Pino Puglisi è perché a Brancaccio in molti hanno colto la logica dell’amore proprio dopo la sua morte, anche l’assassino si è lasciato interpellare da quel sorriso e dall’esclamazione “me l’aspettavo” prima di essere ucciso.
Gesù dice “ho ancora molte cose da dirvi ma ora non potete portarle”. Sarà l’azione dello Spirito a permettere di “portare” dentro queste cose, incomprensibili allora così come per noi oggi, almeno fino a quando non permettiamo allo Spirito di ricordarci, di portare alla mente quanto sentiamo nel profondo quando ci mettiamo al cospetto di Dio.
            Se rimaniamo al cospetto di noi stessi e non cerchiamo di ascoltare Dio allora il nostro ascolto resta falsato, siamo autoreferenziali non permettendo a Dio di rispecchiare la nostra vita.
Nel cammino di fede può esserci un impedimento: quello che già sappiamo! Ricordiamo come molti che ascoltavano Gesù si irrigidivano perché dicevano che non poteva dire e compiere quelle cose perché loro conoscevano suo padre e la madre. Gesù dice che lo Spirito insegnerà la verità tutta intera, ma questo è possibile se si è disposti ad accogliere il dono, lasciarsi stupire da Dio. Fino a quando non permettiamo a Dio di mostrarci la nostra vita allora il nostro passato sarà ricordato per le ferite, per ciò che non è andato a buon fine, il senso del nostro presente sarà viziato da questo ripiegamento e non ci sarà base da cui spingersi per aprirsi al futuro. Nel domani cercheremo una riattualizzazione del nostro passato infelice.
            Inoltre lo Spirito ci darà ciò che appartiene a Gesù, è un dono speciale, è la sua figliolanza. Dio ci chiama ad essere sue figli come già lo è il Figlio. L’amore di Dio arriva a farci entrare all’interno della Trinità. La Parola di Gesù è definita da coloro che ascoltano “dura” proprio perché per loro è diversa in quanto non chiede uno scambio, è un dono grande di Dio. Un dono che non ha prezzo, e questo non è accolto perché si vorrebbe essere qualcuno per Dio attraverso le proprie forze, doti, cose da presentargli. Lui non cerca grandezza, gloria umana, persone che si vantano per la loro santità. La grandezza sta nel sapere che senza di Dio nulla si può e nulla si è, sta nell’accogliere il dono di Dio e nel riconoscere la propria vita quale suo dono. 
            L’essere discepoli scaturisce dall’essere battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito. Diventiamo discepoli quanto ci immergiamo in Dio. Quando scopriamo il Padre nella nostra vita cioè quando ci riconosciamo figli di Dio, inizia così un rapporto fatto di conoscenza e proprio per questo di intimità. Altrimenti avremmo una fede formale limitata ad una pratica, invece si tratta di “avere la vita nel nome di Cristo”. È una relazione di intimità che diventa obbedienza e questo è possibile perché c’è relazione, accoglienza reciproca. La relazione con Dio, inoltre, è questione di conoscenza, farsi conoscere e conoscere Lui. È un immergersi nella stima vicendevole, nel rapporto di intimità altrimenti si rimane spettatori. Entrare nella comunione trinitaria, ossia nella relazione che Dio vive con se stesso e che ha aperto all’umanità significa affidarsi ma questo non è avere una vita tranquilla, ma trovare la forza per affrontare le difficoltà della vita.
              Noi non siamo chiamati a rimanere spettatori di Dio per imitarlo o per chiedere, piuttosto noi siamo chiamati a lasciarci trasformare in Lui. Paolo ripete “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”, ciò significa che ci rapporteremo al Padre e alla vita come Lui! A questo punto è possibile comprendere l’espressione di don Pino “me l’aspettavo”, il suo sorriso ha espresso plasticamente il suo cuore: lì per dare vita offrendo la propria vita.

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