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3
2015

Missione è "dimorare" nella Parola

   La Missione di strada ha una preparazione remota basata sull’accompagnamento delle Comunità che accolgono la Missione e sulla condivisione con i MdS che parteciperanno alla Missione attraverso la preghiera ed il confronto con la Parola. È  il confronto quotidiano con la Parola a portarci alla Missione, senza questo nutrimento l’esperienza si ridurrebbe ad una mera animazione di gruppo, cosa buona certo ma altra cosa!

        È così che in questo arco temporale che ci separa dal 2 agosto vogliamo condividere alcuni spunti di riflessione attorno alla Parola che ci viene offerta durante la Domenica, giorno del Signore, che vede tutta la Chiesa sparsa nel mondo riunirsi attorno all’unica Mensa.

         Le letture di questa V Domenica di Pasqua ci chiedono di imbrattarci con la Parola, cioè di lasciarci contagiare dal messaggio evangelico fino a diventarne parte integrale.

     La prima lettura (At 9, 26-31) sottolinea come la credibilità di Paolo, ora divenuto apostolo, dipenda dall’annunciare il Vangelo anche a rischio della sua stessa vita. Lui, infatti, è passato dal farsi forte delle parole della Legge e della giustizia umana che ne scaturiva, al servire la Parola ed è per questo che ora viene accolto dalla Comunità nascente.

        Nella seconda lettura (1Gv 3, 18-24) invece è la comunione e l’amore fraterno a rendere autorevole al vita della Comunità che altrimenti rischierebbe di seguire parole vuote, prive di verità.

        È il Vangelo (Gv 15, 1-8) a porgerci un’immagine illuminante riguardo al tema del dimorare nella Parola,  la metafora della Vite ed i Tralci permette di accostarci in modo sorprendente alla relazione tra Dio e l’uomo. 

          L’Antico Testamento vedeva Israele quale vigna del Signore, scelta e piantata con cura da Lui. L’immagine del vignaiolo mi sembra molto appropriata per descrivere i sentimenti di Dio e la premura che ha verso la sua creatura. Non è questione da poco prendersi cura di un vitigno, quando andavo a vendemmiare mi rendevo conto dell’enorme cura che abbisogna una vite per crescere e non ammalarsi, fin dalla piantumazione che è un’opera pensata nei particolari e che già tiene conto per i primi anni, dell’assenza di frutti. Il vignaiolo è paziente, sa attendere ed è costante, per tutto l’arco dell’anno, nel portare avanti i diversi trattamenti.

         Malgrado le fedeli cure di Dio la Scrittura ci racconta di come la relazione con la vigna sia stata più volte ferita, la vigna non ha portato frutti e, per risposta, Dio ha donato il suo Figlio. Ora è Lui a definirsi “la vera vite” e sarà Lui il primo frutto attraverso il dono totale sulla Croce.  

Gesù sottolinea che Lui è la vite, quella vera e questa precisazione lascia intendere che c’è una vigna falsa, quella che appare e che poi non da frutto, non da succo. In lingua siciliana si dice “strinci, strinci enun c’è nenti”, come ad indicare che alla bella apparenza, poi, non corrisponde necessariamente il succo.

        Il criterio di discernimento sono i frutti, in un altro passo (Mt 7, 16) Gesù afferma che è proprio dai frutti che si può avere piena conoscenza di una persona. Sono le conseguenze delle proprie azioni a mostrare il perché un individuo agisce e si muove, chi attinge al Bene e si muove per il bene altrui allora porterà frutti coerenti con la sua opera, chi invece non dimora in Dio allora, seppur mascherato da belle parole, non procurerà frutti di bene.

       Perché quel che non porta frutto va tagliato? È un criterio di vita. Noi ci lasciamo appesantire da tanti carichi che in realtà non sono fruttuosi, si tratta delle tante lotte combattute con tutte le nostre forze e, frequentemente accade, più infruttuose queste opere sono e più ci si accanisce in esse.Quando incontro la mamma di un tossicodipendente che chiede aiuto, spesso, con fatica riesco a comunicarle che l’iper-protezionismo è una strategia inefficace, proprio perché quel tipo di rapporto consolatorio richiede un taglio. Fino a quanto i genitori non avranno messo alla porta il figlio tossicodipendente recidivo, non troveranno modi efficaci per aiutarlo.

        In questo caso al “dimorare” con lui è necessaria una potatura che altrimenti procurerebbe la morte del figlio già gravemente ammalato. Ho visto giovani rinascere dopo che hanno trovato tutte le porte sbattute in faccia, dopo che sono entrati appieno nella crisi e hanno messo in discussione i loro comportamenti autodistruttivi. Ringraziano, oggi, quell’adulto che li ha messi in discussione non credendo alle tante giustificazioni che cercavano commiserazione.

      Tanti “no” sono necessari per la crescita di un bambino e questi generalmente non riscuotono successo immediato, eppure una volta cresciuti quella esperienza di contenimento è un caro ricordo, segno della presenza e vicinanza di un adulto che ha saputo prendersi cura.

A ciascuno, inoltre, è dato di respingere tante proposte del mondo per potere accogliere l’invito alla “vita piena” da parte di Dio. La potatura è, oltretutto, un atto di fiducia nel Vignaiolo che desidera custodire la nostra vita. Il dolore di pochi giorni è poca cosa rispetto al dono della vita in abbondanza per l’eternità.

Anche il tralcio che porta frutto viene potato e questo per favorire un maggior frutto. La vita non è un capolinea ma una stazione di transito, non c’è una condizione di arrivo su questa terra per cui porta frutto chi si mantiene in ricerca. La propria vita va alimentata attraverso il rimanere in Lui, è la sua Parola a restituire verità all’esistenza di ciascuno.

      Il verbo “dimorare”, così ridondante in questa pagina del Vangelo ha una connotazione ben precisa, è una relazione intima da cui trarre vita e, questo attingere, trasforma. Il legame con Cristo non ha un costo, cioè, è libero dono di Dio e ciò comporta la perdita di quel che non nutre, il distacco da quel che è altro da Lui, e la conseguenza più rilevante è proprio l’essere trasformati.

       I frutti sono l’effetto di questo legame: si diventa fratelli del prossimo. Il dimorare nella Vite vera significa, pertanto, fare frutti d’amore, rapportarsi alla vita così come Gesù ha fatto.

        Chi non dimora in Lui è “già” secco, come sottolinea il testo, per cui va bruciato. Non è chiara la conseguenza di ciò, farebbe si presupporre la perdita di tutto ma, in realtà, si lascia spazio ad una lettura cristologica in cui il fuoco dell’amore di Gesù è quello che brucia ed estingue il peccato dell’uomo.

         In fondo è proprio dal legno secco della Croce che Cristo ha portato a compimento il suo amore per l’umanità prendendo su di sé tutto il peccato del mondo. Ricordiamo bene che la linfa vitale della Vite è proprio la Misericordia, ed è questa linfa che desidera trovare ogni viandante che incrocia sulla sua strada un Missionario.  Buon cammino.

 

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