dic
25
2014

Natale è chiamata a custodire la Vita

    La celebrazione del Natale a primo acchito ci rimanda proprio alla responsabilità che abbiamo delle reciproche vite, ciascuno chiamato a custodire la vita altrui. Gesù sarà custodito prima di tutto da Maria e Giuseppe e, al contempo, Lui custodirà tanti che incontrerà lungo il cammino fino a donarsi dalla Croce all’umanità intera.
Il pensiero torna, questa sera, al presepe di Betlemme, cioè a quel luogo definito da un recinto come una mangiatoia o una greppia, l’unico luogo ove trovò posto e custodia il Figlio di Dio che veniva nel mondo.
Si, torniamo a quel che avvenne duemila anni fa e che ogni anno cerchiamo di riportare alla nostra memoria con la Celebrazione liturgica del Natale. Non si tratta, carissimi, di vedere uno spettacolo. No, gli eventi che riguardano la storia che Dio realizza con l’umanità non sono mai spettacolo ma ci coinvolgono direttamente, investono la nostra stessa vita. Siamo invitati, dunque, a metterci in cammino anche noi verso quel luogo, come i pastori o i magi, attratti dalla promessa di una parola, e a divenirne attori protagonisti, personaggi di quel prezioso Incontro.
Quando Giovanni nel suo Vangelo racconta “E il Verbo si fede carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, allude a qualcosa di preciso. È Dio che si fa presente, vicino come non mai, Lui viene ad innalzare la sua tenda in mezzo a noi, viene a dimorare con noi. Ascoltando il Vangelo di questa notte di Natale ci riaccostiamo al quadro della natività e siamo chiamati ad entrarvi per farci vicini, pure noi, al Dio che si è presentato all’umanità intera. Però abbiamo bisogno di disponibilità per lasciarci sorprendere e  fare parte di questa scena natalizia: non possiamo rimanere meri spettatori passivi, ne verrebbe meno la possibilità di celebrare il nostro Natale.
Un primo particolare è dato dal contesto storico in cui ci troviamo. Si tratta di un censimento che Cesare Augusto, il “divino” imperatore, indice in tutto l’impero per fare pagare le tasse. Ciascuno doveva registrarsi indicando la residenza in modo da potere essere localizzato e, quindi, controllato. È la manifestazione massima dell’impero più grande che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, e ciò significa che le popolazioni del tempo attraversavano un periodo di grave schiavitù, tutti succubi dello stesso dittatore!
Paradossale che le tasse versate dovessero servire proprio a mantenere quel sistema e, in particolare, a pagare le milizie militari. È un contesto che ha qualche risonanza con il nostro tempo in cui alle tasse pagate non corrisponde un reale servizio sociale ma una sempre maggiore corruzione nell’appropriazione indebita dei fondi pubblici. Un tempo in cui la gente si sente esasperata per l’assenza del lavoro, diritto fondamentale per costituire e custodire la famiglia.
Ma questa è solo la circostanza, non è l’aspetto centrale, allo stesso modo la crisi economica non può strapparci la Verità del Natale. L’imperatore si faceva chiamare signore e salvatore, ma ora è un altro che sarà riconosciuto quale Signore e Salvatore dell’umanità di tutti i tempi. Oltretutto se ancora si parla di quel censimento è perché un accadimento davvero straordinario si è realizzato in quei giorni: la nascita di un bambino da Maria la sposa di Giuseppe. È come se Dio malgrado l’umana pretesa di onnipotenza ci ricordasse, attraverso l’immagine di Betlemme, che il suo disegno d’amore non può essere arrestato da nessun delirio umano. A fronte della luce imperiale che procura notti buie per parecchie centinaia di migliaia di persone, emerge la Luce che in quella notte di Betlemme viene rivelata da un’umile creatura.
In questa scena compaiono gli angeli per annunciare la gloria del Signore che si sta rivelando all’umanità intera. È un invito rivolto ai pastori per vedere cosa? Un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia! È questo è il segno che viene loro indicato, ed è quello che Dio mostra per farsi riconoscere. Teniamo conto che i pastori in Israele rappresentano persone che vivono ai margini della società, uomini che non vivono appieno il rispetto della Legge, magari finiscono per lavorare anche di sabato. Persone distanti da una pratica osservante della fede religiosa, un’umanità che mantiene una certa precarietà ed itineranza  alla ricerca del pascolo, eppure a loro viene dato l’annuncio della nascita del Salvatore.
I pastori si lasceranno meravigliare e ne parleranno ad altri, divenendo annunciatori di quei fatti che non potranno tenere per sé: è del dono di Dio che si tratta. La gloria di Dio, cioè il suo valore, il suo peso, si rivela nella limitatezza di un bambino. Dio si consegna nelle mani della creatura per potersi rivelare. Il potere di Dio sta in questo consegnarsi a mani d’uomo anche se queste mani, quelle del popolo e dei romani, lo oltraggeranno fino a votarlo alla morte di Croce. Anche in quell’occasione, ancora una volta, la sua gloria si manifesterà consegnandosi e continuando ad amare nonostante tutto. Le fasce della mangiatoia alluderanno, allora, al sudario con cui sarà avvolto il corpo di Gesù, e la mangiatoia prenderà le fattezze del suo farsi corpo da mangiare per nutrire la fame e la sete di ogni persona.
I pastori e quanti accorrono vedono la gloria del Signore, questo significa che ne riconoscono il valore e il suo reale peso. Non si tratta di un’apparenza ma di una grandezza che si svela nella sua essenza, per quello che è. La gloria di Dio la si può contemplare proprio nella mangiatoia, che prefigura già la gloria della Croce. È nella Croce che si manifesta appieno il valore di Dio che continua ad amare e ad accettare di morire per l’umanità malgrado questa rimane accecata dal peccato.
È interessante notare che Dio si manifesta per la prima volta nella fattezza di un bambino, è Lui a stimolare la tenerezza di chi lo contempla. Un bambino suscita i nostri sentimenti migliori, ci porta alla nostra umanità a contattare ciò per cui siamo fatti. Lui si fa piccolo e questo permette di abbassare le difese e di avvicinarci, così come naturalmente si accoglie un neonato in fasce. Il consegnarsi di Dio e l’accoglienza dell’uomo segna l’incontro tra Dio e l’umanità. Se non ci lasciamo toccare da questo atteggiamento proprio del Signore non saremo capaci di accoglierlo veramente nella nostra vita quotidiana.
Diversamente rischieremmo di fare del Natale l’occasione per le buone opere, o per i consueti regali. In un’epoca di iper-consumismo il regalo sembra perdere il suo significato originario, è dell’autenticità di uno sguardo, di un sorriso, di un abbraccio o di una visita che abbiamo bisogno. Possa il sorriso di Dio illuminare i nostri volti ed aiutarci nel fare della nostra esistenza un cammino di prossimità verso chi ci sta attorno. Buon Natale. 

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