apr
7
2012

Non abbiate timore

    La Pasqua è passaggio da morte a vita, movimento che passa per il silnezio del sabato santo, esperienza di confronto con il limite umano. Si, l’esperienza della morte mostra l’impotenza umana, l’incapacità di mostrarsi forti da soli. È una realtà che fa paura, proprio la paura di morte potrebbe dis-orientare tutta la vita fino a farla intendere come una continua sfida a cui dover rispondere per dimostrare che si è altro: forti, onnipotenti, capaci di farcela da soli.
    Eppure la chiesa oggi, sabato santo, celebra il giorno del silenzio, è un giorno in cui l’ebraismo vieta ogni lavoro, è il giorno in cui non si lavora, è il giorno del riposo, un giorno improduttivo dal punto di vista del fatturato o delle cose da fare. Il cristiano si ritrova di fronte a questa esperienza: ha contemplato l’atto della consegna totale di Gesù, sulla croce ha visto il Maestro bistrattato, ferito, beffeggiato, ucciso. Un corpo inerme ora è quello che custodisce la promessa di una vita nuova, di una vita che vince anche la morte.
     In realtà il come si muore è espressione di come si vive, la morte di Gesù ha mostrato come Lui è vissuto: da ultimo, alla ricerca dei più poveri anche a costo di rimetterci la reputazione e la vita. È  per questo che viene perseguitato, condannato ed ucciso. È considerato scomodo un uomo che mostra il volto di un Dio Padre misericordioso. Le aspettativa umane sono disattese, sarebbe stato più appagante un Dio onnipotente, una sorta di giustiziere della notte capace di eliminare i torti di questo mondo, di far soccombere gli uni a vantaggio degli altri. È faticoso accettare la logica del perdono, della riconciliazione, della compassione. Lui e così i cristiani di tutti i tempi, saranno derisi perché poveri agli occhi di questo mondo, inermi di fronte alle logiche di mercato.
     È proprio questo il punto, l’essere umano non è commercializzabile, non ha un prezzo, l’amore non ha un prezzo. Gesù dall’alto della croce prega per gli astanti che “stanno a guardare”, non li condanna, muore amando. Proprio questa capacità di morire amando conquista alcuni che stanno vicino a Lui: un centurione  ed anche un malfattore anche lui crocifisso, guardandolo lo riconoscono Re.
     Il  sabato santo mostra una verità nuova, quella dell’impotenza umana. Gesù viene sepolto in un sepolcro nuovo, il suo corpo è stato maltrattato, ora è consegnato totalmente povero in un giorno riservato al silenzio, un giorno di assoluto riposo. Le donne staranno lì inermi, impossibilitate a fare qualcosa e così i discepoli, dopo la passione per amore c’è la resa, il nulla, l’impossibilità ad agire o a dare risposte.  Di fronte all’esperienza di morte c’è solo una risposta: il consegnarsi nelle mani di Dio. Difficile ragione per chi vuole controllare e dominare tutto.
Eppure dalla croce aveva detto “tutto è compiuto”, si era realizzato il disegno di Dio che non è certo il morire. Piuttosto è un disegno di comunione, di incontro, Dio cerca l’umanità fino nei meandri più nascosti, lì dove l’essere umano fa esperienza della sua profonda vulnerabilità e solitudine. È così che il viaggio di Gesù è iniziato con la precarietà di chi non ha un luogo ove poter nascere, e ancora il suo ministero pubblico inizia con il mettersi in fila insieme a tanti altri che si ritengono bisognosi di cambiamento, sono appesantiti dal carico della vita. Proprio vedendolo in croce molti avevano gridato “Salva te stesso”, è proprio questa l’antitesi cristiana: la vita è un dono che non può essere finalizzato al mero salvare se stessi. L’ego-latria offusca l’orizzonte cristiano.
     Le donne che vanno al sepolcro trovano la pietra rotolata vita. Il sepolcro non è più un luogo chiuso, la morte non è più il luogo di arrivo definitivo, c’è una via d’uscita. Lui ha attraversato la morte, è questa la fede cristiana. La Pasqua è un essere desti, pronti ad andare oltre, capaci di stare in cammino già durante la vita. Le donne ricevono un’indicazione, ove poterlo incontrare: in Galilea cioè nella propria quotidianità.  La vita cristiana perciò è immersione nel proprio quotidiano, non fuga da esso, ma ricerca del senso profondo delle cose, riscoperta continua della unicità della vita.

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