ago
17
2014

Oltre i formalismi: attendere per accogliere

         Al ritorno dall’Albania accogliamo, in questa XX domenica del Tempo Ordinario, la pagina del Vangelo della Cananea. Il Vangelo a volte si fa duro, difficile da accogliere fino a quando rimaniamo sulla sfera emotiva della fede, come se il cristianesimo fosse una questione di sentimentalismo. Ed è così che al termine di una Missione di strada attendiamo che venga meno l’euforia del momento per poterci confrontare, poi, sul significato autentico di quell’esperienza!
      Ascoltando il Vangelo di oggi a primo acchito sorgerebbe spontanea una domanda: perché Gesù non presta subito ascolto a questa donna che grida implorando aiuto? Intuiamo che l’episodio rivela un insegnamento importante non solo per quella donna e i discepoli che stanno attorno ma anche per i farisei che poco prima avevano avuto una discussione con Gesù su cosa fosse puro od impuro, infatti ne erano rimasti scandalizzati e Lui li aveva indicati come “ciechi e guide di ciechi”.
        Ora Gesù parte, o meglio, “esce” ed è tipico del muoversi di Dio, l’incarnazione stessa è l’uscire di Dio per incontrare l’uomo. Esce per raggiungere il territorio di Tiro e Sidone, città pagane, una terra ove non si conosce Dio e si pratica l’idolatria ed ogni sorta di vizio.
        In quei luoghi la gente ha consegnato la propria esistenza al migliore offerente come ad esempio la divinità che procura fertilità o protezione dalle intemperie, il pensiero magico proprio dell’uomo che pretende di controllare la sua sorte e di avere potere sulle cose e sugli altri. In realtà l’idolatra affida la sua vita al caso e piega la sua dignità a pratiche, ritualismi, superstizioni. È analogo a quello che accade alla persona che consegna la sua vita al gioco d’azzardo, man mano si espropria sempre più di se stessa arrivando ad una vera e propria patologia quale è ogni dipendenza cronicizzata. In simili casi l’essere umano non si riconosce più, non utilizza le sue facoltà, pensieri e sentimenti sono in balìa dell’idolo di turno.
           Mentre Lui sta in cammino si presenta “una donna Cananea”, è significativo che venga presentata in questo modo. I Cananei erano arrivati in Palestina prima degli Israeliti liberati dalla schiavitù d’Egitto, e proprio in quelle zone avevano mantenuto i loro presidi, lì Israele non era riuscito a cacciarli. Lei è una donna e perciò non ha valore per la mens del tempo, oltretutto si sta rivolgendo ad un uomo, ed è Cananea, impura secondo la prospettiva religiosa d’Israele e parla ad un Maestro d’Israele. È un gesto incoerente rispetto a “quel che dovrebbe fare” e cioè mantenersi a distanza e nel nascondimento, lei ha l’audacia di uscire dalla sua regione ed andare verso il Signore. È l’inizio di ogni cammino di fede, uscire dalla condizione di peccato per aprirsi ad una via nuova fondata sulla fiducia nell’Interlocutore che è Dio.
Quella donna grida e nella fede d’Israele il grido ha una portata fondamentale. Dio ha ascoltato il grido del popolo che gemeva nella schiavitù d’Egitto e si è chinato per salvarlo, lo ha rialzato e lo ha condotto in una terra ove vivere la piena libertà.
            Lei lo chiama “Signore, Figlio di Davide”, cioè si rivolge a Lui in quanto portatore della fede d’Israele, la fede nell’unico Dio. Gli dice “Abbi pietà di me”, chiede a Dio di accostarsi con la sua misericordia. È un grido che al contempo riconosce la dignità di Dio, colui che è compassionevole, e la propria condizione di bisogno, di fragilità e di peccato. L’esperienza di fede ci apre a questo rapporto con noi stessi e con Dio. Se prima non riconosciamo ciò che siamo e di conseguenza il nostro bisogno di Dio, non potremo aprirci alla sua misericordia, ci porremmo di fronte a Lui pieni noi stessi e delle nostre ragioni.
Lei riconosce che la figlia sta profondamente male, è schiava del demonio. Significa che non si possiede più, appartiene ad un altro che è il Male. È anche la sua identità di madre ad essere messa in discussione: a quale fede ha consegnato, noi diremmo “educato”, la figlia? Lei ora riconosce fino in fondo il suo stato, lo fa pubblicamente, si tratta di una profonda umiliazione.
              Ma Gesù non le rivolge la parola, non parla! Gesù è la Parola, il Verbo fatto carne, eppure qua non dice!  Il fatto che non parli non significa che non ascolti, è la confusione in cui cadono tanti cristiani: “Dio non mi ascolta, perché se lo facesse risponderebbe!”. Eppure c’è un silenzio, e lo sanno bene molti genitori, che è già portare il peso dell’altro ed è attesa, attesa del tempo propizio, non tutte le parole possono essere dette. Il silenzio spesso è dettato dall’ascolto profondo.
Al di là delle interpretazioni sembra proprio che Gesù non intenda darle un riscontro immediato ed è allora che i discepoli intervengono. Ancora una volta con la loro impetuosità: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!».  Non comprendono che quel grido è preghiera, si sentono scomodati perché ancora non hanno un cuore misericordioso, sarà il frutto della Pasqua. Chi ha un cuore indurito, chiuso nel proprio egocentrismo, non riconosce la preghiera dell’altro, non ha discernimento rispetto alla parola che ascolta, la comprensione è filtrata dalle proprie pre-comprensioni!
              Ecco che allora risponde alla domanda dei discepoli dicendo: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Con questa risposta si sta confrontando, al contempo, con tutta la tradizione giudaica che ha fatto della “elezione”, quale popolo santo appartenente a Dio, il motivo per ergersi al di sopra per opprimere gli altri! È il confronto con i “giusti” di ogni tempo ad arrivare al suo epilogo in questo racconto. Poco prima Gesù aveva anche detto «Non donate il Santo ai cani, né gettate le perle vostre davanti ai porci» (Mt 7,6), sta esasperando le posizioni per fare comprendere cosa significhi veramente “Santo” e a chi si rivolge.
              La donna con la sua insistenza, fondata sulla fiducia, sta percorrendo la Via che Gesù le sta aprendo, e prostrandosi (letteralmente “lo adorò”, è il gesto di consegna piena a Dio) si rivolge a Lui  chiamandolo nuovamente “Signore” e, aggiunge, “aiutami”.
                Una nuova affermazione di Gesù ci porta oltre: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini», con questo termine venivano indicati i pagani perché contaminati dagli idoli da cui pretendevano di avere nutrimento. La risposta della donna appare come una professione di fede nel Signore e di rinuncia agli idoli di prima: «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
              Lei riconosce  appieno la sua condizione di peccato con l’espressione “cagnolini” e, riconosce, il potere di nutrimento delle “briciole” del banchetto. È la partecipazione alla Mensa la questione centrale, desiderare di nutrirsi di Dio. Ed è questo nutrimento a rendere creatura nuova qualsiasi persona.
               Proprio per questo è straordinaria, a questo punto, l’accoglienza di Gesù: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». È “donna” cioè creatura che porta in sé una grande dignità, tale da stare al cospetto di Dio e dialogare con Lui. Gesù asseconda il suo desiderio perché è come il desiderio di Dio, volto al Bene, c’è un’intimità profonda tra i due.
             Noi cristiani partecipiamo al Banchetto eucaristico, è un grande Dono che ci permette di nutrirci della Parola e della Eucarestia. Il Battesimo ci permette di riconoscere appieno la nostra grande dignità di figli e la Messa ci fa accogliere il nutrimento di cui abbiamo bisogno: il Pane con cui il Padre sfama i suoi figli.
           Sia perseverante come la donna Cananea la nostra richiesta al Signore affinché anche noi possiamo accogliere i figli dispersi, fare sentire ai lontani la vicinanza di Dio il quale non si tira indietro di fronte ai bisogni, quelli veri, dell’umanità.

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