giu
21
2015

Oltre il buio: l'altra riva

       Oggi i Missionari di Strada incontrano gli Operatori pastorali del Golfo di Mondello in cammino verso la prossima Missione estiva. Lasciandoci guidare dalla Parola di questa domenica, XII del Tempo ordinario, chi chiediamo quale è lo spessore della nostra fede.

          Giobbe che attraversa tante prove, è chiamato a considerare quanto il Signore abbia operato fin dal principio del mondo traendo lui e l’umanità intera dalle acque. Viene chiamato ad elevarsi per guardare la sua vita non fermandosi al segmento della disavventura presente. Dio gli mostra come si è preso cura di ogni essere umano fermando il mare, simbolo del caos che potrebbe travolgere la propria esistenza. L’esperienza caotica è propria dell’uomo che cerca di governare da solo la propria vita, pretendendo di controllare se stesso e la realtà che lo circonda. L’essere umano, di fatto, viene travolto dal suo delirio di onnipotenza: più ci pensiamo grandi e più, prima o poi, faremo esperienza di tutta la nostra fragilità.

          È un tema ridondante nel cammino cristiano, Dio crea uno spartiacque per fare passare il suo popolo e mostrare la via che conduce alla vita. Sarà responsabilità di ciascuno accogliere il dono per lasciarsi accompagnare dal Signore oppure rimanere a navigare “nelle proprie acque”, confidando solo in se stesso. 

              Anche nel Vangelo (Mc 4, 35 – 41) il Signore invita i suoi ad andare all’altra riva, è necessario questo passaggio spostandosi dall’auto-centramento alla fiducia nella Parola di Dio, per conoscere veramente il Signore e fare esperienza della sua vicinanza. L’uomo che resta a riva, infatti, si mantiene distante rimanendo schiavo dei suoi pregiudizi, dei ragionamenti fondati su logiche meramente terrene. Tentando di possedere la sua vita in realtà ne rimane spettatore, schiavo delle sue misure difensive. 

             Paradossalmente è proprio la tempesta, che sopraggiunge nel corso della vita, a mettere in discussione quanto “creato” da mani d’uomo (le proprie certezze) e a diventare  occasione per riaprirsi alla relazione con Dio. Da notare, in questo passo del Vangelo, che il Signore era stato sì preso nella barca dei discepoli ma, il verbo greco così esprime, si tratta di un “prendere” simile al “governare”, cioè possedere come se l’altro fosse morto. Lo stesso “cuscino” della barca indica quello della bara su cui viene riposto il cadavere.

             L’esperienza di Chiesa potrebbe essere imbrigliata dalla pretesa di controllare Gesù impedendogli di agire secondo il suo profondo desiderio. È da considerare, inoltre, che proprio l’esperienza del “morire” di Gesù ha aperto la strada verso la meta piena della vita di ogni uomo. Fino ad allora l’umanità viveva all’ombra del timore della morte, ultima tempesta del cammino terreno. È questa consegna totale di Gesù a permettere la salvezza e la novità di vita.

              L’esperienza missionaria è un’occasione di risveglio per le Comunità ed il Territorio che accolgono l’Annuncio della Missione, la Parola di Dio è vivificante e genera sempre vie nuove. Le tempeste  nell’opera di Evangelizzazione certo non mancheranno, anzi Gesù ha inviato i suoi come agnelli in mezzo ai lupi, ma ogni missionario davvero deve chiedersi: fino a che punto mi fido del Signore? è in Lui che ciascuno potrà trovare risposta. 

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