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2015

Più che cercare fuori si tratta di vedere dentro: II di Quaresima

   Nel mentre che è appena iniziata la Missione a Villabate (PA) dove i MdS tornano dopo quattro anni. La Parola di questa seconda domenica del Tempo di Quaresima ci appare come un invito a lasciare accendere il desiderio di Dio nella nostra vita. È Lui ad affascinarci ma l’apertura alla sua Luce dipende da ciascuno di noi, dalla fiducia con cui ci apriamo alla sua proposta.
Partendo dalla prima lettura (Gn 22, 1ss.) troviamo Abramo in uno dei momenti più drammatici della sua vita, chiamato a rinunciare totalmente a se stesso per affidarsi a Dio. In realtà Abramo aveva già dato prova di grande fiducia quando Dio gli aveva proposto di partire per andare verso la terra promessa. Aveva accolto il disegno di Dio lasciando la terra conosciuta, le garanzie date dal territorio e dagli abitanti con cui conviveva, per mettersi in cammino verso la terra promessa. Quando parte, Abramo, non ha chiarezza sul dove possa essere questo luogo ma si fida della Parola, si lascia guidare da Dio rispondendo a quella chiamata che letteralmente si può tradurre con queste parole: “alzati e va verso te stesso”.
Il cammino spirituale non costituisce semplicemente l’andare verso la meta, esprime anche un viaggio interiore cioè la conversione del cuore che porta alla riscoperta della propria dignità di vita. È così che Abramo si mette in cammino per lasciarsi trasformare da Dio e imparerà il senso dell’attesa quando Sara, ormai avanti negli anni, non potrà più dargli un figlio. Il figlio della promessa, Isacco, nascerà andando oltre ogni possibile previsione o calcolo umano, in lui sembrava che Dio avesse dato compimento alla sua Parola ed ora accade l’inatteso: gli chiede di offrirgli Isacco!
La Scrittura non ci racconta del fremito interiore che avrà attraversato Abramo, solo sappiamo che ancora una volta non si è fermato ma ha seguito l’invito di Dio. La storia ci dirà che l’offerta ultima di Isacco sarà bloccata da Dio il quale vuole la vita e non attende la morte dei suoi figli. La fede totale di Abramo e la restituzione di ogni dono a Dio, permetterà la nascita di un popolo, il popolo da cui verrà il Messia. L’incarnazione di Gesù segnerà il compimento di questa relazione di intima amicizia tra Dio e l’uomo, Abramo avrebbe voluto elevarsi al Signore con il sacrificio di Isacco, così come era delle religioni antiche, e invece sarà il Padre ad avvicinarsi fino a toccare l’uomo donando il suo Figlio. Non c’è più distanza, sforzo necessario per elevarsi, da allora l’umanità sarà colmata dalla presenza di Dio.
Nel Vangelo della Trasfigurazione (Mc 9, 1-9) si rivela questa luce nuova che attraversa la vita dell’uomo che si affida pienamente a Dio. Gli occhi degli apostoli si aprono ma non perché assistono ad uno spettacolo, bensì perché stanno in ascolto. Riconoscono Elia e Mosè non perché vedono (del resto come avrebbero potuto riconoscerli?) ma perché ascoltano la loro Parola e, oltretutto, la colgono con un significato nuovo perché è la Parola di Gesù a rivelarne il compimento.
Pietro appare confuso, è un’esperienza nuova e coinvolgente, vorrebbe fermarsi a contemplarla. La proposta delle tre tende ha senso perché inserita nella ritualità della festa delle Capanne che evoca l’esperienza dell’Esodo, tempo di itineranza in cui Israele era chiamato a stare in ascolto di Dio.
Israele faceva memoriale di quella esperienza realizzando, per una settimana, delle capanne il cui tetto era costituito da rami che lasciavano passare in parte la luce diurna, simbolo della guida di Dio che accompagna ogni momento della vita. Il volgersi in alto è il segno di questa ricerca, la Luce viene dalla intima relazione con Dio e non dalla ricerca meramente orizzontale.
L’esperienza della Trasfigurazione però impone una celebrazione differente, ora è l’uomo interiormente illuminato a dovere custodire la Luce. I discepoli saranno chiamati a portare nella loro vita questa esperienza che, di fatto, sarà piena solo dopo la Resurrezione di Gesù.
Nell’episodio di Abramo il testo narra di come lui scenda dal monte senza più portare con sé il figlio, ora Isacco appartiene al Signore, non è più “suo figlio Isacco”. I discepoli saranno chiamati a lasciare Gesù, a consegnarlo al mistero di passione e morte per riaccoglierlo, poi, Risorto. È il cammino di consegna totale, e di restituzione di ogni dono ricevuto, a permetterci di celebrare la liberazione propria della Pasqua.
Appare più chiaro, ora, l’episodio della Trasfigurazione: il testo non ci dice che Dio appare in veste umana ma che l’uomo Gesù appare trasfigurato. È a questa esperienza di trasfigurazione interiore che il cammino quaresimale ci chiama. Possa accadere anche oggi nella nostra Comunità che i nostri occhi si aprano perché ci siamo consegnati pienamente all’ascolto di Dio.
 

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