ott
4
2014

Restituire a Dio ciò che gli appartiene

      L’esperienza dei Missionari di Strada nasce dalla condivisione del carisma francescano, il Vangelo nasce per strada e si Annuncia per strada, questo era lo slogan delle prime ore, e con una graduale evoluzione la proposta di Dashuria in cammino è diventata esperienza propria della Missione di strada in special modo nelle località balneari. 

     Nel decimo anniversario dalla nascita celebriamo la festa di San Francesco lasciandoci interpellare dall’orizzonte che guida il nostro cammino. Proprio nel Vangelo di oggi Gesù entra nel merito della questione centrale della vita: Posso mai bastare a me stesso? Cioè essere autosufficiente senza avere bisogno di altri?

      Anni fa uno spot pubblicitario che ha avuto un enorme successo ripeteva uno slogan altamente suggestivo: “Per l’uomo che non deve chiedere mai!”. Cioè il prodotto reclamizzato era proprio dell’ideale dell’uomo autonomo in sé, un modello ideale che di pari passo è stato riportato anche alla donna. È la visione di uomo che Gesù mette in questione e Francesco di Assisi si è lasciato interpellare proprio da questa provocazione evangelica.

         A nutrire ulteriormente questa falsata prospettiva di uomo ha contribuito, nei nostri giorni, la rinuncia di molti sacerdoti e religiosi al mandato di ascolto ed orientamento spirituale, demandando tale compito allo psicoterapeuta. Intendiamo per “ascolto” un atteggiamento profondo e non superficiale e moralistico, l’ascolto che scaturisce dalla Parola e dalla rinuncia alle tante parole frutto della mormorazione e del pregiudizio. 

         Quella psicologica è certo una nobile disciplina il cui intervento è necessario e non sostituibile in molti casi, ma questo non significa che la psicologia abbia il compito di dare la risposta ultima entrando nel merito dell’orientamento spirituale della persona. Un simile frainteso, in taluni casi, ha dato al terapeuta di turno l’impressione di doversi assumere anche il compito spirituale. È così che la consapevolezza psicologica volta all’autonomia ha finito con il diventare emancipazione da Dio!

        La Parola che viene meditata oggi, nella Festa di san Francesco, restituisce verità all’orizzonte dell’uomo ove autonomia e dipendenza si intrecciano, facendo della consegna a Dio la massima espressione della volontà umana.

Rileggendo la pagina del Vangelo (Mt 11, 25-30), troviamo Gesù contento perché il Padre rivela ai piccoli, e non ai sapienti, le verità nascoste. 

           Dio si rivela facendo conoscere il senso delle cose e cioè la verità della vita, ai semplici. In questo caso l’opposizione sapiente/piccolo esprime la distinzione tra chi si fa pieno di sé e delle sue conoscenze, l’uomo che pretende di dimostrare agli altri la sua grandezza, e chi invece si riconosce bisognoso di guida e sa di avere necessità di un appoggio su cui fondare la propria vita.

           Il primo sarà orientato a se stesso, auto-centrato, il secondo invece sarà rivolto all’altro, cercherà il Volto di Dio. Gesù dirà “beati i poveri in spirito”, cioè coloro che non si fanno ricchi di se stessi e proprio per questo trovano il loro “tesoro” in Dio. Gesù rende grazie al Padre proprio per questa generosità, nessuno viene escluso dal dono di Dio se si riconosce per quello che è: bisognoso!

         Ci rendiamo conto di come il concetto di “autonomia” vada rivisitato. Francesco di Assisi ha rinunciato ad una scalata sociale, diventare cavaliere per essere equiparato ai nobili, scegliendo piuttosto la profondità della vita: stare in relazione con Dio. Non sceglie la povertà Francesco, quella per lui risulta essere uno strumento per non avere ostacoli o preoccupazioni di sorta, lui ferma la sua ascesa per riconciliarsi con la sua fragilità. L’uomo limitato, e lo siamo tutti, cerca invece di superare il limite facendosi grande ad ogni costo. È la frenesia dell’uomo contemporaneo mai appagato ma sempre in corsa.

        Francesco si trova dinanzi ad un dilemma, contribuire a negare la realtà dei lebbrosi emarginandoli al di fuori della mura della Città, magari sperando la loro repentina morte, oppure confrontarsi con la sofferenza ed il limite umano.

        Affrontare il dolore dell’altro, sappiamo bene, significa entrare dentro i propri stessi vissuti, la fragilità altrui rimanda alla propria condizione mortale. È qui che la disponibilità all’ascolto entra in crisi, per prendersi cura dell’altro bisogna riconciliarsi con se stessi, con i propri limiti e fragilità prendendo appieno la responsabilità della propria vita. Ripartire da quel che si è significa fare della propria vita un’occasione, una possibilità nuova. Diversamente l’uomo fa della propria fragilità il luogo del piangersi addosso e rimanere bloccato nel proprio passato, senza permettersi la possibilità di ricominciare.

       Francesco di Assisi non sceglie la povertà ma si scopre povero e si lascia riconciliare da Dio, accoglie se stesso, per quello che è, quando finalmente si apre a Dio. Servire i lebbrosi diventa, così, opportunità di incontro autentico con l’altro che non può dare nulla in cambio. Proprio questa gratuità riempie il cuore, perché è la stessa esperienza che si fa nel rapporto con Dio, ciò che si riceve non è il frutto della propria bravura o del proprio potere.

      La rinuncia al potere è scoperta dell’amore, ciò che nutre in profondità l’animo umano. Perché molti matrimoni vanno in crisi? Non è forse la competizione e la pretesa di dominio sull’altro a ferire le relazioni umane?

       In questa pagina Gesù invita a prendere il suo giogo su di sé per trovare ristoro. Il giogo è una trave modellata per meglio poggiare sui buoi che dovranno tirare l’aratro. La funzione di questo strumento da lavoro è proprio quella di favorire il sostenersi a vicenda e di ripartire il carico, per questo gli sposi si dicono “coniugi”, proprio perché con la loro scelta decidono di portare insieme il giogo della vita. Ma questo è insostenibile se non c’è appoggio in Dio, è a Lui che bisogna uniformarsi per affrontare le questioni della propria esistenza altrimenti il carico si fa pesante.

       Gesù dice, ancora, “Tutto mi è stato dato dal Padre”. È questa la profonda esperienza di gratitudine che vive Francesco di Assisi, le sue laudi al Signore sono rendimento di grazie per il Dono di Dio. Francesco non si appropria di alcunché perché tutto riconosce quale dono da custodire. Questa libertà interiore gli permette di spendersi senza limite, non alla maniera del frenetico che cerca di appropriarsi ma dell’uomo grato che conosce bene il valore dell’Amore, quello che cresce proprio perché donato.

     Un’ultima risonanza: la pretesa autonomia dell’uomo centrato su di sé porta ad un legalismo intollerabile, il fariseo che pretende di giudicare tutto e tutti perché si ritiene giusto. L’uomo consegnato a Dio si sente immerso nel cammino dell’umanità, ne condivide affanni e gioie, ma soprattutto riconosce che la “purezza” non sta nel non avere mai sbagliato ma nel decidersi per il Bene rinunciando ai compromessi.

       Gesù è venuto ad abbattere le barriere puro/impuro, sacro/profano, Francesco di Assisi si “contamina” con i lebbrosi, comprende che è ciò che esce dal cuore dell’uomo a rendere puro o meno, è il desiderio profondo che si nutre ad esprimere bellezza o malvagità. Le buone pratiche devono essere mosse dal desiderio di Bene altrimenti è mero formalismo, teatralità per apparire buoni e questo non trasforma il mondo. Resta da chiedersi: Quale allora la nostra battaglia?

 

 

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