ott
2
2016

Scoprire lo sguardo della Misericordia

     Il Vangelo di questa domenica (Lc 17, 5 - 10) inizia con una domanda che i discepoli fanno a Gesù: «Accresci in noi la fede!». Interessante questione, il discepolo riconosce di avere bisogno di una fede più grande per vivere pienamente, chiediamoci come mai questo bisogno?

      La richiesta segue un’affermazione di Gesù: «Se tuo fratello ha peccato, sgridalo; e, se si è convertito, rimetti a lui. E se sette volte al giorno ha peccato contro di te e sette volte ritorna a te dicendo: mi converto, rimetterai a lui».

    Allo stesso modo nel Vangelo di Matteo (18,15ss) leggiamo: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello … se non ascolterà, neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».

I discepoli stanno confrontandosi con l’Annuncio del Maestro il quale ridefinisce il significato di misericordia e di fede contrapponendosi con il giudizio, previo, di cui si nutre l’uomo.

Gesù parte dallo sguardo compassionevole verso l’umanità che ha più bisogno, sono le pagine delle parabole della misericordia a precedere, ancora, la domanda dei discepoli. Si interrogano, pertanto, su come trovare la “giusta” misura nel rapporto con l’altro, quella che regge pure l’ingiustizia! Trattare l’altro come “il pagano ed il pubblicano”, infatti, significava non attendersi apertura proprio perché privo di relazione con Dio. Per meglio dire significava donare “a fondo perduto”, senza attendersi contraccambio alcuno come, del resto, stava proprio facendo Gesù!

È una logica estremamente inedita e che non trova possibilità nello sforzo umano. Erroneamente abbiamo, spesso, fatto del cristianesimo una sorta di fatica del comportarsi bene, un’ascesi moralistica che è finita con lo svuotare la relazione con Dio, riducendola ad una serie di cose da fare per “comportarsi bene” ai Suoi occhi.

I discepoli hanno centrato la questione, è necessario prendersi cura della relazione d’amore con Dio ed è perciò che chiedono: «Accresci in noi la fede!».

Per fede si intende, appunto, la relazione con il Signore fondata sul Suo amore e cioè credere al Suo amore e, di conseguenza, al Suo desiderio di Bene per ciascuno.

Francesco d’Assisi (FF 234) nella Lettera ad un Ministro così esortava il frate: “E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti comporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, … e se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli”.

Francesco intuisce la profonda responsabilità che abbiamo nell’avvicinare o allontanare da Dio: il cristiano attraverso i suoi occhi ha la possibilità di testimoniare la benevolenza ed attrarre al Signore (e non a se stesso) il suo prossimo.

Il primo Annuncio cristiano passa per il volto dei testimoni di Cristo e, intendiamo bene, non si tratta di una maschera ipocrita ma di un modo di guardare la vita dopo essersi lasciati guardare da Dio. È questo sguardo che ha toccato il cuore di Salvatore Grigoli il killer che ha ucciso don Pino Puglisi e che, nonostante tutto, è stato accolto da quell’uomo che di lì a poco avrebbe assassinato.

Quando l’uomo è consapevole della propria fragilità guarita dallo sguardo amorevole del Signore allora smette di giudicare l’altro e la sua vita diventa accoglienza, anche se questo ha un prezzo!

Ritorna alla memoria un’Ammonizione di frate Francesco (FF 162) in cui svela la misura della vita spirituale: “Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non più”.

Con queste parole il santo di Assisi fa presente che la “soddisfazione” non è il criterio di vita spirituale, al contrario potrebbe nutrire il proprio orgoglio proprio il saziarsi dei riconoscimenti e dei profitti. È il momento della prova a svelare la veridicità del cuore, lì dove l’amore dato non è restituito ma tradito dall’altro, il momento in cui ci sentiamo deboli e non supportati, questo diventa l’occasione per verificare quanto Dio è centrale nella propria vita, tanto da essere “mite ed umile” di cuore in modo simile a come Lui è.

È il Maestro ad avere detto: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11, 30). L’umanità incontra il Signore proprio nell’umiltà in quanto Lui si è chinato assumendo la povertà umana.

Il discepolo, in definitiva, è davvero tale quando nella sua fragilità riconosce che l’unica cosa da fare è consegnarsi pienamente a Dio. È così che la propria debolezza diventa occasione per accogliere il Signore nella propria vita, smettendola di difendersi dietro le proprie corazze di pretesa onnipotenza.

La fragilità dell’altro, allora, diventa il criterio della fede: più l’altro peccherà e più sarà necessario accogliere il dono dell’amore di Dio, per guardarlo così come Lui lo guarda. È il mistero della vita cristiana dinanzi al quale Francesco d’Assisi, puntualmente, si commuoveva cogliendo con quale grandezza d’Amore Dio attraversa la vita di ogni creatura.

 

 

 

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