ago
16
2015

Spezzarsi per accogliere

        Meditando la Parola che la liturgia ci consegna in questa XX domenica del Tempo Ordinario, torna in mente la cura di tanti giovani MdS, oggi papà e mamma, che durante la missione a Mondello con tanta pazienza andavano dietro ai loro piccoli per dare loro nutrimento ed attenzione. 

        Dio come un papà e una mamma, si prende cura dei suoi figli procurandogli il cibo, quello buono che dona vita per l’eternità. 

       In realtà la questione del nutrimento attraversa tutta la Scrittura, ricordiamo come il peccato delle origini si fonda su un atto di disobbedienza legato al nutrimento. Si assiste, in particolare, alla pretesa di nutrirsi da soli senza Dio. È la logica di appropriazione, per divenire garanti della propria vita, a stare alla base di ogni peccato!

        Altra cosa è accogliere il cibo quale dono di Dio, il prendere è diverso dall’accogliere e su questo procedere antagonista si regola la vita spirituale. Per accogliere il dono, ancora, è necessaria l’umiltà, solo chi non ha la presunzione di bastare a se stesso è capace di ricevere. C’è un ulteriore aspetto che spesso è taciuto: un conto è accogliere da un Dio che mostra la sua Onnipotenza con opere prodigiose, altra cosa è accogliere da un Dio che si fa servo donando se stesso attraverso la sua misericordia. Ammettere ciò equivale a rinunciare alla proprie manie di grandezza, accettare radicalmente la propria povertà.

        Ora Gesù viene a donare un nutrimento nuovo, anzi è Lui stesso a porsi come cibo per l’umanità intera: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51).

        È chiaro il riferimento alla manna, cibo donato per la traversata nel deserto quando il popolo era stato liberato dalla schiavitù d’Egitto. Nella Pasqua ebraica il popolo era stato chiamato a lasciare il lievito vecchio,e il pane azzimo, cioè non lievitato, veniva ad indicare l’urgenza del rompere con la condizione precedente. Ora è necessario un cibo che non ha nulla  a che fare con il passato, un po’ di lievito vecchio sarebbe capace di guastare tutta la massa. Non è possibile cibarsi del pane di Cristo e, al contempo, rimuginare questioni trascorse o, ancora, rivendicare quanto si “possedeva” nella condizione di prima.

        Il nutrimento nuovo passa per la fiducia ed è la relazione filiale e di amicizia con Dio a permetterci di accogliere il dono del Pane di vita.È quello che accade in ogni celebrazione eucaristica quando Gesù prende il “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Lui trasforma, cioè, quello che gli presentiamo con fiducia e senza remore. 

        Cosa Dio potrebbe fare senza la disponibilità umana? È necessario l’agire dell’uomo per realizzare l’Opera di Dio. Il vero nutrimento per l’uomo è dato da questa sinergia, nessuno può cibarsi da solo. Si pensi alla vicenda di Caino e Abele, quando il primo uccide il secondo per invidia. Il problema non stava tanto nel rifiuto di Dio, dell’offerta di Caino, ma nel fatto che lui non aveva presentato a Dio il frutto del “proprio” lavoro come invece aveva fatto Abele. Fino a quando c’è un tenere per sé, senza dare spazio a Dio in qualche meandro della propria vita, allora il nutrimento nuovo non può arrivare, ci sarà qualche altra cosa che continuerà a “sfamare” la propria vita contaminando tutto il resto. È così che tanti uomini non cambiano e rimangono legati ai loro vizi perché non sono disposti a tagliare, lasciare veramente il lievito vecchio.

        Quale è l’offerta che presentiamo sulla mensa durante ogni celebrazione? Davvero la nostra vita sta su quell’altare? Quel pane è azzimo o ci sono altre priorità che occupano il nostro agire?

        Gesù non si limita a recitare la preghiera di ringraziamento, così come facevano tutti gli ebrei in ricordo della Pasqua, ma dice anche “questo è il mio corpo”. Lui si compromette, è la sua vita ad essere offerta per donare vita, fino a quando l’umanità non entrerà in questa logica di comunione ci saranno giochi di potere in cui alcuni si ergeranno al di sopra degli altri.

       Da sempre le guerre scoppiano per il cibo e l’attuale sistema mondiale è organizzato privando nutrimento a gran parte dell’umanità. È anche per questo che assistiamo al continuo esodo di popoli che, attraversando il Mediterraneo, arriva alla nostra terra di Sicilia, di questi almeno 2300 hanno perso la vita a mare in questi ultimi anni.

        Il Pane che accogliamo da Cristo è Pane spezzato per noi, è il frutto della condivisione, è il pane della fiducia. Condividi se riconosci che basterà per tutti ma questo non è un atteggiamento fondato sul calcolo razionale ma sulla fiducia in Dio e sul desiderio di bene per l’altro.

         È necessario spezzare la propria vita, progetti e ideali consegnati a Dio, solo in questo modo ciascuno potrà trovare la sua missione. Potremmo scoprire, tutto ad un tratto, che il nuovo progetto frutto dell’incontro con la vita dell’altro è quello che davvero rendere piena la propria vita.

       Torna, ancora, l’immagine dei giorni di missione appena andati: forse non era uno spezzare nella chiamata di Dio, la propria quotidianità, nonostante la stanchezza ed il sonno arretrato? E si assisteva al miracolo dell’amore, le energie tornavano malgrado le poche ore di recupero, e questo perché ogni Missione è frutto dell’Amore che il Padre ha per i suoi figli.

 

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