mar
24
2016

Vediamo di che ti nutri

        Il racconto dell’Ultima Cena secondo Giovanni (13,12ss.) mostra un aspetto peculiare di quel solenne atto di condivisione che formerà un tutt’uno con il Triduo pasquale, mistero di passione, morte e resurrezione. Proprio la Cena del Signore ebbe a mostrare come l’Amore costituiva il trait d'union e il motivo ultimo della consegna di Gesù: “li amò sino alla fine”.

        La Comunità a cui scrive Giovanni conosce la Cena del Signore ma ha bisogno di approfondirne il significato e di scoprirne il senso ultimo. È pertanto che l’evangelista si sofferma sul gesto della lavanda che in sé racchiude il farsi Pane spezzato da parte di Gesù.

       Non siamo alla presenza di un segno che rimanda a qualcos’altro, la lavanda in sé esprime Gesù e Lui si identifica con quel gesto, tanto che manterrà le vesti del servo anche dopo avere lavato i piedi ai suoi. 

       Abbiamo approfondito come durante quella Cena, Gesù  sembra rivolgersi particolarmente a Giuda. Per lui dice e compie alcuni gesti particolari: anche a lui laverà i piedi ma solo a lui donerà il boccone facendolo “amico”.

Lui, il Maestro, dirà: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).

L’Ultima Cena permette di entrare in questa esperienza di intima conoscenza, proprio perché nel consegnarsi Gesù permette di accedere al cuore del Padre, ci fa conoscere cosa Lui pensa di noi e quale desiderio porta nell’intimo: la salvezza di tutti i figli.

È Gesù a deporre le vesti prima della lavanda, è un chinarsi senza riserva alcuna spogliandosi totalmente della sua regalità. Già l’ingresso in Gerusalemme sopra un puledro d’asina aveva preannunciato questa spoliazione, ma ora manifesta come Lui assume le fattezze di quell’umile cavalcatura usata per servire, cioè per farsi carico del peccato dell’umanità.

Al centro di quella Cena sta l’Agnello immolato che porta su di sé il peccato del mondo. Non si tratta di “togliere” come se Dio gettasse via, senza caricarsi dell’umana creatura con tutto quello che ciò comporta. Non avrebbe accolto Giuda o Pietro altrimenti.

Pensare che quest’ultimo apostolo ebbe a dire: “«Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti»”.

Pietro deve ancora imparare ad essere discepolo, fino ad ora i suoi piedi si sono orientati sulle orme del Maestro ma le emozioni del momento hanno avuto la meglio. Non ha retto la solitudine e ha avuto timore per sé e per Gesù.

Ora cerca l’immersione come a voler dipendere totalmente dal Signore. Ma non è di un rapporto simbiotico che si tratta, il Maestro chiede ai suoi di essergli amici e di fidarsi della sua amicizia!

Pietro di lì a poco si vedrà costretto a lasciare la spada, rimproverato per questa difesa estrema senza amore. Lui rileggerà il gesto della lavanda quando dopo il tradimento incrocerà nuovamente lo sguardo di Gesù. Scoppierà in pianto Pietro perché il suo cuore viene attraversato dalla fedeltà del Maestro, nonostante tutto.

È così che in modo analogo troviamo la peccatrice piangere lavando i piedi di Gesù e divenendo, in tal modo, serva e discepola del Rabbì. O, ancora, Maria che laverà i piedi di Gesù ungendoli con il nardo profumato. In tal modo, ricordiamo, era iniziata questa settimana santa: con il gesto di una donna che consegnava la sua ricchezza al Maestro per “conservare” dentro di sé la sua presenza. È così che l’Ultima Cena ci insegna a tenere, nutrendoci, l’Amore di Dio nella nostra vita. 

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