ago
20
2016

Ripartire dall'Accoglienza

      La Parola che ci viene consegnata in questa XXI domenica del Tempo Ordinario, ha un’apertura stupefacente. Il Signore, per bocca di Isaia (66, 18-21) dice: «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria… Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, … come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti levìti, dice il Signore».

       Lo straniero, colui che prima non poteva vantarsi di “elezione” e doveva sentirsi inferiore, ora diventa offerta sacra da presentare al Signore. La portata di questa affermazione è straordinaria perché introduce al tema della santità divina che è tesa ad incontrare e non a separare. A creare comunione e non esclusi!

        Il ritorno al sacro, proprio dei nostri giorni è in buona parte dovuto alla crisi di pensiero  e di prospettive socio-politiche di riferimento, è un modo per trovare sicurezze e appartenenze ma senza una reale relazione con Dio. È così che, a volte, gruppi ecclesiali rischiano di diventare settari assumendo posizioni radicali nei confronti degli “esterni”, rifugiandosi in pratiche esteriori che non esprimono la vita di comunione col Signore.

         La logica di santità a cui ci rimanda la Parola di oggi è, invece, esperienza dello Spirito che agisce liberamente secondo il suo disegno d’Amore. L’umanità è tutta coinvolta dalla chiamata di Dio, è tutta offerta a Lui gradita ma ciò è comprensibile quando si riconosce che ciascuno è strumento del Santo, opera nelle Sue mani.

Siamo appena tornati dal pellegrinaggio parrocchiale a Roma ed Assisi, in ambedue i luoghi abbiamo sperimentato il fascino del Dio che si fa piccolo per avvicinarsi ed accogliere la sua creatura. La luminosa accoglienza di papa Francesco il quale ha fatto di tutto per salutare almeno con una stretta di mano ciascuno, così come l’evocazione della vita del poverello di Assisi, ci hanno ricordato un atteggiamento fondamentale della vita ecclesiale: l’accoglienza dell’altro.

Senza accoglienza non c’è relazione, manca lo spazio di espressione, il riconoscimento, il dialogo. Senza accoglienza l’altro rimane estraneo, disprezzato, e la propria vita sempre più povera. Santità, invece, è lasciarsi contaminare, toccare e sporcare. Come potrebbe, altrimenti, esserci relazione d’amore?

La domanda che emerge dal Vangelo (Lc 13, 22) ottiene da Gesù una risposta che ci permette di fare ulteriormente luce: “«Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: “«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”.

Dobbiamo chiederci cosa significhi “salvarsi”, e cioè non morire, riuscire ad andare oltre la morte! L’uomo che non vive in relazione con Dio è dominato dal timore, anche chi sembra essere pienamente sicuro di sé. Per quanto si sforzi l’essere umano non può darsi l’eternità e la parvenza di benessere tradisce la precarietà della vita.

Gesù, al contrario, rivela una paradosso: per salvarsi bisogna morire, perdere l’affermazione di sé e affidarsi a Dio. Lui sta salendo verso Gerusalemme il luogo in cui, per incontrare tutti, consegnerà pienamente la vita al Padre.

La porta è stretta, la via è una e non c’è possibilità di compromesso. È la vita, quella porta stretta, che diventa opportunità per lasciarsi incontrare da Dio. La vita umana, per il Signore, è il tempo dell’attesa in quanto Lui desidera incrociare la nostra esistenza per poi donarsi pienamente. 

C’è una lotta da sostenere per passare da quella porta, è il “rimanere saldi nella fede” di cui ci parla Paolo, quel legame che resiste ad ogni intemperia e provocazione della vita. Sembra, invece, che molti cristiani affrontino le questioni della vita da sprovveduti, senza equipaggiamento necessario per far fronte alle prove del cammino.

Benedetto XV in occasione della Giornata mondiale dei giovani, nel 2013, ebbe ad utilizzare una triplice immagine  per spiegare l’attaccamento a Gesù secondo l’espressione di Paolo “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7): il radicarsi proprio dell’albero, il fondarsi della casa, la saldezza della forza fisica e morale.

I tre verbi espressi al passivo mostrano, già, come il vincolo di questo legame è Cristo Gesù, è Lui ad operare ed attrarre tutti a sé (ed è per desiderio che ci si muove verso di Lui).

Fondarsi in Cristo equivale ad affondare in Lui le radici della propria vita, e da Lui trarre linfa vitale per sopravvivere. Chi si nutre di Dio apre il cuore, allarga la prospettiva e coglie una bellezza nuova attorno a sé.

Se il radicarsi implica un attingere per portare a sé, il fondarsi rimanda al poggiare su Altro e non su se stessi. È l’esperienza di chi si affida all’Insegnamento della Chiesa, di chi si spinge avanti poggiando le proprie gambe sulla base della vita ecclesiale.

È saldo, infine, chi ha fiducia in Dio e si fa forte di Lui. Non si tratta delle gesta eroiche di un momento ma di camminare mantenendo la fiducia in Lui anche quando la strada è stretta o deserta.

Ora lottare per passare dalla porta stretta, implica questo atteggiamento di fondo, che è ricerca e sicurezza, attesa e sicura speranza. È forte l’espressione evangelica “Non so di dove siete”.

È la mancanza di conoscenza nonostante gli anni trascorsi a banchettare insieme. È un monito volto a riconoscersi lontani e peccatori e non tanto ad escludere. Il “bravo” cristiano è chiamato a riconoscere la propria insufficienza e a rimettersi in cammino perché ancora lontano da Cristo. E Lui che è venuto per i lontani ed i peccatori, allora, potrà andargli incontro!

Comprendiamo, in definitiva, il cambio di rotta che oggi la Parola propone alla Chiesa tutta? Smettiamola di farci grandi e giusti innanzi agli altri, soprattutto nei confronti dei “lontani” dobbiamo scoprire un sentimento di ricerca e di misericordia, di profonda gioia quando un peccatore scopre il Signore quale porta della propria vita.

Usciamo dalla Chiese perdendo la veste del perbenismo e rientriamoci, ad imitazione di Cristo, imbrattati della vita dell’ultimo, delle sue povertà da sostenere e della sua unicità da offrire al Signore quale offerta a Lui gradita. 

 

 

 

 

 

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