mag
30
2015

Siamo fatti per la Comunione

   Padre Florenskij, grande pensatore russo dello scorso secolo, un giorno ebbe a dire che ogni problema è riducibile alla Santissima Trinità, come ad intendere che per affrontare le questioni della vita sarebbe necessario conoscere il mistero del nostro Dio trinitario.

Condividendo la prospettiva del maestro appartenente alla Chiesa ortodossa, nostra sorella, ritengo necessario approfondire questo fondamento della nostra fede, e lo facciamo proprio oggi domenica della SS. Trinità.

Già la tela sopra l’altare della Chiesa Sant’Agnese in Danisinni (e così è solitamente delle diverse raffigurazioni della Sacra Famiglia) ci racconta di come la Sacra Famiglia mostri in terra la speciale Comunione che è propria del cielo. Infatti nella sommità del quadro la figura del Padre e quella dello Spirito Santo, raffigurato sotto forma di colomba, si aprono a quella del Figlio che non si trova con loro nella parte superiore ma in basso, quale figlio di Maria e di Giuseppe.

Cielo e terra si incontrano nella figura del Verbo incarnato: Gesù manifesta, con la sua presenza all’interno della famiglia umana, che la Comunione trinitaria si è aperta mischiandosi con l’umano.

Per conoscere meglio il Mistero trinitario (conoscenza che mancherà sempre di comprensione piena) è importante partire dall’assunto biblico “Dio è amore” (1Gv 4), proprio perché indica la natura propria di Dio. L’amore connota il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, significa che Dio ama se stesso (altrimenti mancherebbe di qualcosa e non sarebbe Dio) e si apre all’Altro.

Il Padre ama se stesso e il Figlio, generandolo. Il Figlio ama se stesso ed il Padre, ascoltandolo e consegnandosi a Lui. Lo Spirito Santo ama se stesso e il Padre con il Figlio, creando comunione.

Questa duplice direzione dell’amore è un unico atto, non si esprime in due tempi differenti ma si muove sinergicamente. La prospettiva trinitaria, pertanto, restituisce verità alla dignità dell’uomo spesso confuso da una falsa interpretazione di San Paolo, frainteso come se esortasse a disprezzarsi.

Molti cristiani sono convinti, infatti, che bisogna sprezzare se stessi per amare gli altri, annullarsi per potere vivere santamente ma ciò non corrisponde al significato dell’incarnazione che, dal di dentro, ha reso la persona portatrice della Luce divina. Simile prospettiva, invece, conduce alla scissione del cuore, a costruire la vita sull’impegno e lo sforzo quotidiano che, però, non poggia sull’amore ma solo sul senso del dovere!

È ben altra cosa disprezzare l’egolatria e cioè la presunzione e l’orgoglio proprio di chi dice di non avere bisogno di Dio. L’uomo che confida in se stesso è il peccatore che fa della propria vita il campo della bramosia e del possesso, trattando ogni cosa o persona con rivalità, invidia e gelosia.

Il mistero trinitario, piuttosto, illumina sul fatto che si può amare se stessi e l’altro con un unico movimento interiore, cioè senza andare in conflitto con se stessi. Ciò è possibile dopo avere accolto Cristo nella propria vita.

L’identità cristiana è la Comunione e la vita quotidiana è un tutt’uno con le diverse azioni liturgiche. La Messa continua nei vari momenti della giornata, traducendosi in lavoro, tempo dedito alla famiglia e agli amici, dono per l’altro e sosta per accogliere e nutrirsi. La vita di ciascuno è continuo dialogo con il Padre, spazio e risonanza dello Spirito, unione intima con il Figlio.

Tornando alla tela settecentesca del “Ritrovamento di Gesù al Tempio”, posta sopra l’altare al centro della prospettiva della nostra Chiesa, attraverso le forme ed i colori veniamo coinvolti in questo movimento relazionale tra cielo e terra.

Il rosso, colore del sangue, indica l’umanità (sebbene è da tenere presente che nell’iconografia tradizionale indicava il divino proprio perché Dio è il datore di ogni vita), e tinge la veste di Maria ed il manto che copre Gesù. Nella umanità della Madonna si incarna il Figlio e Lui si lascia rivestire di umanità pur rimanendo Dio. Questo particolare ci mostra come la Santissima Trinità è venuta a dimorare nella carne umana, comunicando la sua stessa divinità. È così che attraverso il Battesimo ciascuno può dirsi figlio di Dio, perché tale è riconosciuto dal Padre. 

Questa profonda intimità relazionale con Dio viene ulteriormente sottolineata dal Vangelo di oggi (Mt 28, 16-20) in cui il Risorto condivide il proprio potere con i suoi. È quello di fare discepoli “battezzando nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, ciò significa donare loro la vita nuova, quella pasquale, attraverso la quale ciascuno diventa figlio di Dio.

Discepolo è colui che smette di essere autoreferenziale, legge a se stesso. L’uomo rinasce quando scopre che la sua esistenza è un cammino, un itinerario di graduale spoliazione per accogliere un dono più grande. È nudi che si arriva al battesimo proprio perché non si ha nulla da offrire al Padre ma si manifesta il bisogno di accogliere la sua paternità per essere rigenerati.

La Luce che riceve la nuova creatura è la vita di Dio di cui ora diventa dimora. È indispensabile un itinerario interiore e non si tratta della conoscenza di sé così come potrebbe essere del percorso psicologico, esso casomai è propedeutico. Si tratta della conoscenza di sé che viene dall’azione dello Spirito, dall’ascolto della Parola che riorienta la propria vita.

È così che incontriamo Maria e Giuseppe disorientati al ritrovamento di Gesù nel tempio, Lui dirà loro: “non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Nel dipinto della nostra chiesa sembra proprio che Gesù abbia appena terminato di pronunciare queste parole, e troviamo Maria e Giuseppe come in movimento, in cammino per realizzare la volontà del Padre pur non comprendendone appieno il senso.

Si ritorna alla profezia del Battesimo: è necessario che ciascuno si immerga nella vita affidandosi pienamente alla paternità di Dio per fare esperienza filiale, e per gustare la portata del grande dono ricevuto. 

 

 

 

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