lug
5
2015

Lo straordinario ordinario!

      Accade nelle nostre Città che se ad un tratto arriva un cospicuo numero di auto blu, magari con la scorta delle forze dell’ordine, tutti si fermano cercando di vedere e di avvicinarsi al misterioso personaggio che sta per scendere dal mezzo così accompagnato. Euforia e vocio risuonano attorno e pare che l’attrattiva dei più sia catturata da quel singolare evento.

       È come se funzionari di stato, politici o star, venissero investiti di particolare autorevolezza per rinfrancare l’umanità e il loro incontro fosse capace di lenire l’individuo dalla sua quotidianità. Idealizzare la vita, nutrendo insoddisfazione per il reale che si sperimenta, è una delle tentazioni spirituali più temibili proprio perché impedisce a Dio di rivelare la bellezza dell’oggi, il Suo farsi presente nella ordinarietà di ogni giorno.

        È proprio questa la sfida cristiana: dare un senso nuovo ai propri giorni. Rileggere il passato alla luce dello sguardo di Dio e della Sua misericordia, aprirsi al presente nutrendo la relazione con Lui e accogliendo la Parola quale luce per i propri passi, affidare il futuro alla Provvidenza e cioè al disegno di Bene che Dio ha per ciascuno. Chi disprezza i propri giorni, inoltre, non troverà luce e sarà sempre più portato a cercare fuori, idealizzando l’altro, la felicità per la propria esistenza.

       Fatta questa premessa entriamo nella pagina evangelica (Mc 6, 1-6) di questa XIV Domenica del Tempo Ordinario. Gesù arriva nella sua città d’origine, Nazareth,  e come altrove parla con sapienza ma qui trova una dura opposizione, chi ascolta anziché lasciarsi illuminare rimane scandalizzato.

         Non è possibile, si dice, che il figlio del falegname e il fratello di volti ben conosciuti, possa proferire una Parola così illuminata. È il figlio del falegname, cioè figlio di un uomo comune, non ha un potente alle spalle, e le sue amicizie sono persone che si conoscono, non amicizie importanti! Ecco il pensiero dell’uomo che ritiene meritevole di ascolto chi è generato dal potere, dalle ricchezze o dalla visibilità mediatica.

         È l’umanità che si piega innanzi ad una persona che mostra di avere parecchi soldi, un uomo dello spettacolo, un boss della malavita, un politico di spicco. Le motivazioni di questa consegna di sé potrebbero essere diversificate: l’ammirazione, la paura, il desiderio di emulazione ( la vicinanza sarebbe come un prendere parte, come per contagio, al potere altrui), la ricerca di un senso per la propria vita. In ogni caso l’ammirazione consta in un annullarsi per fare quello che dice l’altro. È così che donne si lasciano usare dai potenti di turno, uomini mettono da parte i loro affetti per impegnare tempo e risorse per gli “ordini di scuderia” o, ancora, giovanissimi si prestano ad essere manovalanza delle cosche per potere acquisire un nome.

           Gesù è troppo vicino, anche i suoi parenti sono persone conosciute, non ha un potere strutturato dalle tante “amicizie” importanti. Il punto è che Gesù “non usa le sue conoscenze”, i suoi incontri e la sua opera sono totalmente gratuiti. Lui guarisce, dona la Parola, trova la conversione di molti restituendo dignità di vita, e poi riparte. È la chiamata rivolta ad ogni cristiano, la missione che Cristo affida alla sua Chiesa.

           L’annuncio del Vangelo è una responsabilità comune, non siamo chiamati a godere del dono ricevuto come se la vita cristiana fosse un’autocelebrazione, individuale o comunitaria. Troppo spesso rimaniamo a bearci delle belle cose fatte, dei risultati ottenuti, ma è altra cosa il mandato ricevuto da Gesù.

           Lui dirà ai discepoli:  “non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20). Il rischio della compiacenza e della vanagloria attraversa la vita spirituale ed è tra le più sottili tentazioni. È il peccato principe del Tentatore che ha preteso di appropriarsi dei doni ricevuti dal Creatore rompendo, così, la relazione con Lui.

           Un ulteriore aspetto che risuona dal Vangelo di oggi è la solitudine ed il rifiuto sperimentato da Gesù. Il testo ci racconta della Sua meraviglia per la loro incredulità, malgrado il Suo Bene gli amici e i concittadini lo rifiutano. Sembra un preludio al rifiuto e alla solitudine che Gesù sperimenterà al compimento della sua vita terrena. È troppo scomodo accettare un Messia vicino, un Dio che non permette idealizzazioni o fughe dalla realtà.

            Abbracciare il proprio quotidiano a volte sembra proprio difficile, una vita diversa è quella che spesso ci troviamo a desiderare. Lui, però, si rivela in quel che siamo, parte proprio dal posto in cui viviamo.

             Oggi pare proprio che l’umanità fugga dal proprio posto è così che i matrimoni si sfasciano con una certa facilità, basta un moto d’orgoglio e tutto è finito, il desiderio di un’alternativa piacevole e tutto crolla. L’uomo sembra consegnare il senso dei propri giorni alla superficie del vivere, è il tempo del relativismo si dice, eppure siamo fatti per la profondità.

               Nella solitudine, quando mancano fughe esterne, ecco che possiamo andare nel profondo della nostra vita. È il tempo dei dubbi, del silenzio dell’altro, del deserto ma c’è una solitudine che è fruttuosa, feconda, e questa passa per il crogiolo, per il resistere nonostante tutto.

              La vita di Gesù non è quella dell’eroe che vorrebbe mostrare la grandezza del vivere attraverso gesta prodigiose, bensì Lui ci manifesta una Via nuova: quella della fiducia malgrado il silenzio e la solitudine. Troverà, addirittura, la presenza dell’altro per rifiutarlo, così come i concittadini, o per tradirlo e crocifiggerlo. 

              Bonhoeffer, teologo tedesco che affrontò il nazismo, dirà che il Figlio di Dio non ci aiuta con la sua Onnipotenza bensì con la sua debolezza. Seppure difficile accettare così tanta vicinanza, scopriamo nel cercare il Volto di Gesù l’impronta di un uomo che ha accolto la Croce per sostenere la vita di ognuno e per fare sentire la sua vicinanza proprio nel momento del massimo bisogno.

 

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