nov
30
2014

Recuperare il senso dell'Attesa

   Iniziamo questo tempo di Avvento con un respiro ecumenico: "Celebrare l'Avvento, significa saper attendere, e l'attendere è un'arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato. Il nostro tempo vorrebbe cogliere il frutto appena il germoglio è piantato; così, gli occhi avidi, sono ingannati in continuazione, perché il frutto, all'apparenza così bello, al suo interno è ancora aspro e, mani impietose, gettano via, ciò che le ha deluse. Chi non conosce l'aspra beatitudine dell'attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell'adempimento". Risuonano ancora con grande attualità queste parole pronunciate da Dietrich Bonhoeffer, il 2 dicembre 1928, durante il Sermone sulla prima domenica di Avvento.
         Il pastore protestante con quest’immagine così lapidaria, ha colto bene i rischi della frenesia priva del tempo e della brama di prendere senza avere, prima, atteso la maturazione. Ogni cosa ha un suo compimento ed il Tempo di Avvento che inizia quest’oggi, ci rammenta l’importanza del percorso che ci porta alla meta.
        Abbiamo bisogno di custodire e di nutrire il desiderio. Già il quotidiano mostra le tracce di quel che contempleremo appieno nella liturgia di Natale, ancora, ci fa pregustare quel che sarà l’Incontro ultimo e definitivo: la seconda venuta del Signore.
Il Vangelo (Mc 13,33-37) appare come un’esortazione a rimane desti e vegliare. Avere il senso dell’attesa indica che abbiamo un’aspettativa grande nella vita. Abramo anziano negli anni, attende il compimento della promessa di Dio e, così,  anche Simeone al tempio finalmente potrà “andare in pace”  quando i suoi occhi avranno visto l’avvento del Signore.
        Questo non significa proiettarsi nel futuro svalutando il tempo presente, equivale, piuttosto, a dare senso ed orizzonte al qui e ora, che non racchiude in modo esaustivo la propria esistenza. Altrimenti si farebbe come tanti che spendono la loro vita alla ricerca del massimo piacere del momento, un appagamento subitaneo che poi lascia smarriti, con un enorme vuoto e tristezza dell’animo.
        La Parabola ci racconta di come il padrone di casa affidi il potere ai suoi servi e a ciascuno il suo compito. L’incarico affidato è quello del portiere di casa, cioè di colui che permette o meno l’ingresso a quanti arrivano. Questa è la responsabilità che fa camminare nella vita: a seconda di quale voce lasciamo entrare noi andremo spediti oppure saremo zavorrati.  L’atteggiamento di vigilanza permette di discernere, di valutare ciò che è bene e ciò che è male e, perciò, da rifiutare. Spesso, diversamente, ci ritroviamo a chiacchierare trascorrendo il tempo in interminabili discussioni ma questo ci distoglie dalla missione, quella vera: camminare sulle orme di Cristo.
È l’atteggiamento dell’uomo pasquale, ritto e con le vesti cinte, pronto al cammino, disposto a lasciare la condizione di prima per andare verso l’inaspettato, la novità che Dio propone. Vigilanza è ascolto, capacità di attendere da fuori, dal vero Padrone l’indicazione sulla propria vita. È necessario calcolare la propria leggerezza, l’essere pronti al cambiamento, alla partenza senza doversi attardare per prendere chissà che.
Non c’è un compimento su questa terra, le tappe che raggiungiamo sono solo intermedie, c’è altro che è molto più importante. La vita non è questione di conquiste, dimostrazioni con successo, cose da esibire. Dirà Gesù “se il padrone di casa sapesse quando viene il ladro…”, come ad indicare l’improvvisa manifestazione del Signore che deve trovare pronti e non presi dalle tante questioni. Il rapporto con Dio deve fondare la nostra vita, tutto il resto è conseguenza.
       Francesco di Assisi ha colto bene che tutto appartiene a Dio e a Lui va restituito. È il Signore, letteralmente il “padrone buono”, colui che ci tratta da amici ma al contempo riprende tutto ciò che appartiene a Lui. Va riconsegnato perché Lui possa donarci l’eredità del Cielo. Noi siamo amministratori di un dono che ci apre la porta del Cielo proprio perché è il potere di agire nel Bene, e di essere strumenti, operai nella vigna del Signore. La Chiesa tutta appartiene a Dio, il Vescovo di Roma lo rappresenta ma, come Giovanni Battista, è chiamato a lasciare il posto allo Sposo a cui appartiene la regalità sulla Chiesa. È bello vedere la premura di papa Francesco che si muove verso i poveri e le folle che accorrono a Lui, il suo andare verso loro è segno di accoglienza: è un “portiere” che apre le porte alla fame della gente nei confronti di Dio. Li rimanda a Cristo, unico Pane di vita che può saziare la profonda fame dell’umanità.

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