mar
29
2015

L'Amicizia ha un prezzo

      Ogni volta che torna la Domenica delle Palme mi pare di ritrovare le immagini della mia infanzia, quelle in cui il fascino delle fronde d’ulivo agitate al cielo significavano l’aria di Festa e al contempo l’apertura di una settimana che, sapevo già, avrebbe visto la sosta dal venerdì alla notte santa. Festa e silenzio, stupore e dolore, accomunati da un’aria di festa che mista a melanconia e gioia raccontava il mistero pasquale, troppo intenso per essere raccontato a parole.
Ancora oggi il Vangelo ci rimanda alle stesse scene, quelle di duemila anni, che continuano a rivelarci il Mistero dell’amicizia di Dio e dell’incomprensione dell’uomo.
L’ingresso in Gerusalemme viene preparato da due richieste di Gesù: la prima è quella di andare a sciogliere un puledro d’asina per potersene servire lui stresso, la seconda è quella della preparazione della cena pasquale al piano superiore di una casa, il cui padrone accoglie l’ospite inatteso.
Quell’asino ha bisogno di un condottiero, una guida che possa dargli direzione. Se da un lato riconosciamo che l’ingresso di Gesù in Gerusalemme è davvero umile, privo di fiera cavalcatura, era infatti un imponente cavallo l’orgoglio di un soldato o di un re, dall’altro vi scorgiamo anche la necessità della collaborazione umana, bisognosi per come siamo di un pastore che possa orientare il cammino quotidiano. In realtà colui che si fa forte di se stesso non accetta di essere guidato da Dio, chi invece si riconosce povero e bisognoso allora si apre all’invito del Signore. Questa diventa la grande ricchezza di ogni persona: potere essere strumento nelle mani di Dio.
Anche la preparazione della Pasqua al “piano superiore” ci rimanda ad una prospettiva nuova, e ancora una volta non si tratta della superbia tutta umana, che fa guardare dall’alto in basso quanti stanno attorno, ma della capacità di elevarsi attraverso la fiducia in Dio. Al piano superiore Gesù celebrerà l’ultima cena e proprio lì laverà i piedi ai suoi facendosi loro servo e lì spezzerà il pane segno della sua vita data in pasto per tutti, buoni e cattivi.
Ancora un episodio predispone il cammino verso Gerusalemme, Maria rompendo un vaso di alabastro cosparge di nardo il capo di Gesù. È la scena del dono prezioso, il “di più” che non è richiesto ma che diventa segno dell’amicizia con il Signore. È ora di smetterla con un cristianesimo fatto di “doveri”, l’essenza della nostra fede si fonda sul desiderio d’amore. Nelle nostre Comunità troviamo ancora tanti cristiani che vanno a Messa “per fare un favore” a Dio non comprendendo che con la celebrazione eucaristica è Dio a fare loro un grande Dono: la sua stessa vita. Questa è la logica dei sacramenti, il punto di partenza di una confessione, ad esempio, è la gratitudine verso Dio e non lo sguardo triste rivolto al proprio peccato. È il conoscere la misericordia di Dio a muoverci per andare verso di Lui.
Lo “spezzare” è proprio di chi ha trovato il Bene prezioso e non esita a dare tutto, in realtà Cristo spezzerà la sua vita sulla Croce per dare nutrimento a tutti, per donare il profumo della sua santità ad ogni essere umano.
Questa donna è rimproverata, c’è chi è fermo ai calcoli e alle garanzie della vita. A volte mi sorprendo a valutare se è bene dare o meno una moneta ad un povero che sta al semaforo, poi mi ricordo che Gesù non ha valutato ma è partito dal donarsi totalmente. C’è chi pensa alla convenienza di un gesto anche se a fin di bene, e così pure Giuda farà della consegna di Gesù una questione di soldi.
Ma Gesù arriva fino in fondo, la sua missione trova proprio in quelle ore il suo compimento. Con Giuda condivide il boccone dal suo piatto, si è incarnato per ristabilire l’amicizia tra Dio e l’umanità, “non vi chiamo più servi ma amici” aveva detto, facendo conoscere le cose del Padre suo. La conoscenza è dell’Amore che Dio ha per tutta l’umanità.
Non chiede di allontanare quel momento ma di poterlo attraversare con la compagnia del Padre e “fu esaudito”, berrà il calice della morte vivendo appieno il patimento ma non rimanendo escluso dalla comunione piena con il Padre. È così che Gesù arriverà sulla Croce, ripetendo parole di perdono per ogni essere umano, ed è proprio stando ai piedi della Croce che sarà possibile riconoscere la sua regalità.
Incrociamo un altro personaggio prima di arrivare a quella vetta: “Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo”. Il testo letteralmente dice “lo angariarono”, è la costrizione tipica di chi deve portare un peso che appartiene al re. Nell’antica Persia le angherie erano i servizi che si imponevano per conto dell’imperatore, chi si rifiutava veniva ucciso.
I romani costrinsero Simone perché altrimenti Gesù non sarebbe arrivato al patibolo, sarebbe morto prima, ed allora lo “spettacolo” previsto non si sarebbe realizzato. Loro vogliono spettacolarizzare la morte di Gesù, manifestare così il potere che credono di avere, allo stesso modo fanno i terroristi nei nostri giorni. Mostrare come viene ucciso un uomo vorrebbe essere la dimostrazione del proprio potere sulla vita altrui, e quindi un avvertimento-minaccia a rimanere sottomessi.
Simone è di Cirene, una città africana, è un immigrato e proprio lui porta la croce con Gesù. Si citano anche i nomi dei due figli, è della sua paternità che si parla. La paternità di un uomo chiamato a prendersi cura di Dio. Se a principio della creazione un uomo aveva rinunciato alla paternità di Dio ora è Lui a chiedere la custodia umana, affinché ciascuno possa ritrovare la sua amicizia con Dio, ma di questo tratteremo nei prossimi giorni…

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